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La lunga tavolata

Zuppi, Lepore e Prodi festeggiano la fine del Ramadan

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 3 min
La lunga tavolata

Una piazza, le lunghe tavolate, le luci sotto la tettoia Nervi. Bologna che festeggia l’Iftar, il pasto che segna la fine del digiuno del Ramadan e sul palco salgono il sindaco Matteo Lepore, l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi e il presidente della Conferenza episcopale italiana Matteo Maria Zuppi. Accanto a loro l’imam Yassine Lafram, figura ben nota dell’associazionismo islamico italiano, già presidente dell’Ucoii e protagonista della Flotilla diretta verso Gaza. Tutti insieme per celebrare il dialogo tra religioni, la fratellanza, l’incontro tra culture.

La scena sarebbe quasi edificante, se non fosse per un dettaglio che cade proprio nello stesso giorno. Nella mattinata, a migliaia di chilometri di distanza, Stati Uniti e Israele bombardano obiettivi del regime iraniano e nell’operazione viene ucciso l’ayatollah Ali Khamenei, guida della teocrazia sciita. Tutt’altro che passaggio marginale della storia contemporanea, è stato uno dei momenti più drammatici dello scontro tra una dittatura religiosa che sogna la bomba atomica e le democrazie che cercano di impedirglielo.

Eppure la festa bolognese non sembra accorgersene se non per condannare l’attacco. Lafram parla di diritto internazionale e di autodeterminazione del popolo iraniano, Prodi denuncia i bombardamenti delle grandi potenze e si domanda quali interessi geopolitici li muovano, mentre il cardinale Zuppi spiega la sua presenza con parole di fraternità universale: credenti che camminano insieme, cuori che si incontrano, religioni che dialogano.

La questione ovviamente non riguarda l’Iftar. Non c’è nulla di scandaloso nel partecipare a una festa musulmana, così come non lo sarebbe nel condividere una cena di Pesach o un pranzo di Natale. Il problema è il contesto. Nel momento in cui un regime teocratico che opprime il proprio popolo e finanzia il terrorismo islamista viene colpito militarmente, una parte significativa dell’establishment politico e religioso italiano sceglie di mandare un segnale molto preciso. Non verso Teheran, naturalmente ma verso l’opinione pubblica occidentale.

Non raccontiamoci balle, queste cerimonie, questi discorsi e queste fotografie hanno sempre un valore simbolico e il simbolo che ne emerge è quello di un Occidente che preferisce esibire il dialogo con l’Islam proprio mentre altri affrontano le sue forme più radicali e violente.
La diplomazia ecclesiastica e quella politica sanno perfettamente quello che fanno. Non sono ingenue, non sono distratte, non sono cadute per caso in quella piazza. La scena bolognese racconta piuttosto una certa inclinazione europea che è quella di inchinarsi al linguaggio dell’irenismo mentre altrove si combattono battaglie molto meno eleganti.

Nel frattempo, nelle piazze europee, gli iraniani fuggiti dal regime gridano una verità assai meno cerimoniale. Se l’Occidente smette di opporsi agli ayatollah, dicono, a pagare saranno ancora una volta i giovani che nelle strade di Teheran finiscono nelle carceri o sulle forche.
La distanza tra quelle voci e la tavolata festosa di Bologna è enorme, eppure racconta con una precisione quasi crudele lo spirito del tempo.


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