C’è una linea sottile che separa l’ipocrisia dalla farsa. In questi giorni quella linea è stata superata, calpestata, e poi lucidata con zelo, come le corde che a Teheran insaponano per farle scorrere meglio attorno al collo dei condannati. Mentre il regime iraniano fa ciò che sa fare meglio – impiccare, sparare, entrare negli ospedali per trascinare via i feriti e liberare letti con metodi spicci, efficienti, terminali – a Roma si discute di formule, avverbi, postille.
Il documento della Commissione Esteri del Senato che condanna la repressione violenta delle proteste pacifiche in Iran non viene firmato dal Movimento 5 Stelle. Motivo? Mancava il “no alle azioni unilaterali”. Traduzione: mentre donne e uomini iraniani mettono in gioco il corpo, la vita, la faccia, qualcuno qui sente il bisogno di salvare la propria geometria ideologica, di non scontentare nessuno, soprattutto i carnefici.
È una posizione che farebbe ridere, se non fosse tragicamente coerente con una politica che da tempo ha rinunciato a distinguere tra vittime e boia, tra chi reprime e chi viene represso. Una politica che ha paura di dire parole semplici, perché le parole semplici costringono a prendere posizione.
E intanto le piazze tacciono. Quelle stesse piazze che fino a ieri ribollivano di fervore per un “genocidio” evocato con leggerezza e urlato con convinzione, oggi sono vuote, distratte, improvvisamente concentrate sui compiti da fare. Le masse studentesche, così coraggiose quando si trattava di occupare e gozzovigliare, scoprono la virtù del silenzio quando davanti c’è un regime che impicca davvero, spara davvero, tortura davvero.
Non è solo vigliaccheria. È miseria morale. È l’incapacità di reggere lo sguardo di chi, a Teheran, sfida il potere a mani nude. E allora meglio voltarsi dall’altra parte, rifugiarsi in una clausola mancante, in un distinguo codardo. La storia, come sempre, prenderà nota. Anche di chi ha scelto di non firmare.
La linea sottile
La linea sottile
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