Ormai è un’abitudine che abbiamo preso, un riflesso quasi consolatorio nel dire che Francesca Albanese “ha superato la linea rossa” quando ha definito Israele un nemico dell’umanità. Consolatorio perché fa pensare a un punto di rottura improvviso, a uno scivolone, a una frase infelice pronunciata in un momento di eccesso. Non è così. E soprattutto non è vero che quella linea sia stata varcata adesso.
Intanto, per onestà, ricordiamo le sue parole esatte, perché sono perfino più gravi di quanto molti titoli abbiano sintetizzato: “Il nemico comune dell’umanità è il sistema (non Israele, ndr) che ha reso possibile il genocidio in Palestina, compreso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo nascondono e le armi che lo rendono possibile”. Qui non siamo più nella critica politica, nemmeno nella polemica dura. Qui siamo dentro una costruzione ideologica che evoca poteri occulti, finanza globale, meccanismi invisibili che agirebbero per coprire un crimine assoluto. È un lessico che ha una storia, e quella storia non è rassicurante.
Ma davvero qualcuno pensa che il problema nasca oggi? La linea rossa, se proprio vogliamo usare questa immagine abusata, è stata oltrepassata da tempo, attraverso dichiarazioni, omissioni, prese di posizione che hanno progressivamente trasformato un mandato internazionale in una piattaforma militante. Quello a cui assistiamo ora non è uno strappo improvviso bensì la prosecuzione coerente di un percorso che da mesi, anzi da anni, procede nella stessa direzione, sempre più sbilanciato, sempre più ideologico, sempre più impermeabile a qualsiasi complessità.
Per questo sorprende fino a un certo punto che sia stata la Francia a reagire con decisione. Parigi ha scelto di alzare la voce e di prendere un’iniziativa chiara e non l’ha fatto per spirito anti-Onu o per zelo diplomatico, ma perché esiste un limite oltre il quale il linguaggio istituzionale diventa propaganda, e quando accade non si può far finta di niente.
Quello che invece resta difficile da comprendere è la freddezza italiana. Mi riferisco alle forze di governo, che su una vicenda di questo peso hanno mantenuto un profilo che definire prudente è un eufemismo. Possibile che su un tema così sensibile, che tocca direttamente Israele, l’antisemitismo strisciante e il ruolo delle istituzioni internazionali, si debba aspettare che sia un altro Paese europeo a fare il primo passo? Abbiamo davvero bisogno che sia Parigi a ricordarci dove passa il confine tra critica legittima e delegittimazione sistematica?
Non raccontiamoci storie. Non è questione di una frase sopra le righe ma semmai è una traiettoria. E quando una traiettoria è chiara, continuare a far finta di non vederla diventa una scelta. La Francia, nel bene o nel male, ha scelto mentre l’Italia, per ora, osserva. E francamente, su questo, c’è poco da essere fieri.
La linea rossa era già alle nostre spalle
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