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La lettera che mette Israele davanti allo specchio iraniano

L’appello di attivisti e oppositori iraniani a Netanyahu rompe il silenzio complice della geopolitica e chiede a Israele di decidere se la solidarietà resti solo retorica o diventi scelta concreta

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
La lettera che mette Israele davanti allo specchio iraniano

C’è una lettera che in questi giorni circola sottotraccia, lontano dai riflettori dei grandi media, ma che pesa come un macigno sul piano politico e morale. È indirizzata al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ed è firmata da iraniani che parlano a nome di un popolo intrappolato da decenni nel dominio della Repubblica islamica. Il tono è rispettoso, ma il contenuto è durissimo, perché non si limita a denunciare la brutalità del regime di Teheran, bensì interroga direttamente Israele sul significato reale delle sue promesse di vicinanza al popolo iraniano.

Il cuore del testo è un parallelismo che può risultare scomodo, ma che gli estensori rivendicano con lucidità. Gli iraniani si descrivono oggi in una condizione che, per vulnerabilità e isolamento, ricorda quella degli ebrei europei prima e durante la Seconda guerra mondiale, con una differenza fondamentale, sottolineata senza ambiguità: il popolo ebraico oggi ha uno Stato che lo difende, mentre gli iraniani sono ostaggio di un potere che usa le armi innanzitutto contro i propri cittadini. Non c’è compiacimento in questo confronto, ma una richiesta di riconoscimento reciproco, che passa attraverso una memoria storica condivisa del perseguitato e dell’abbandonato.

La lettera accusa il regime iraniano di massacri, torture ed esecuzioni di massa, ricordando che la violenza scatenata contro i manifestanti e i dissidenti ha raggiunto livelli senza precedenti nell’Iran contemporaneo. Allo stesso tempo, richiama la responsabilità diretta di Teheran nel sostegno all’attacco del 7 ottobre e nella strategia di annientamento dichiarato contro Israele, mentre nelle moschee e nelle piazze si continua a invocare apertamente la morte dello Stato ebraico. È su questo doppio binario, repressione interna e aggressione esterna, che gli autori costruiscono la loro accusa.

Il passaggio più delicato arriva quando il testo ricorda le parole pronunciate più volte da Netanyahu negli anni, quando invitava gli iraniani a ribellarsi e prometteva che Israele sarebbe stato al loro fianco. Secondo i firmatari, quelle parole non hanno trovato un riscontro concreto nel momento in cui, nelle ultime settimane, le proteste e la repressione hanno raggiunto un nuovo picco. La domanda posta è semplice e implacabile: dove è Israele ora, mentre i Guardiani della Rivoluzione e il clero al potere stringono la morsa? Perché gli iraniani, che guardano a Israele come a un alleato naturale contro il regime, si sentono lasciati soli?

Non si tratta di una richiesta ingenua di intervento militare, né di un appello vago alla compassione. La lettera chiama in causa la coerenza politica e morale di Israele, ricordando che ogni volta che lo Stato ebraico si difende, le forze ostili si mobilitano in suo sostegno, mentre quando è il popolo iraniano a trovarsi sotto attacco, il silenzio prevale. In questo senso, l’appello diventa una sfida aperta: se Israele rivendica un ruolo di baluardo contro la barbarie regionale, può permettersi di restare spettatore quando quella stessa barbarie colpisce un altro popolo?

Il finale del testo è il più inquietante, perché sposta il discorso sul terreno della memoria. Gli autori avvertono che questo momento verrà ricordato, non solo per la crudeltà dei nemici, ma anche per l’eventuale inattività degli amici. Non è una minaccia, ma una constatazione storica, che richiama Berlino e Varsavia non come metafore retoriche, bensì come luoghi in cui le scelte e le omissioni hanno lasciato tracce indelebili.

Questa lettera non offre soluzioni facili e non concede alibi. Costringe Israele a guardare oltre la propria emergenza quotidiana e a interrogarsi su che cosa significhi davvero parlare ai popoli oppressi della regione. È un documento che non assolve nessuno e che, proprio per questo, merita di essere letto per quello che è: un atto di accusa politico e morale che nasce dall’Iran, ma che riguarda l’intero Medio Oriente e chiunque, oggi, continui a evocare la parola solidarietà senza accettarne il costo.


La lettera che mette Israele davanti allo specchio iraniano