La domanda se la sono fatta in tanti. Per mesi si è parlato dei tunnel di Gaza come di un bersaglio ormai quasi neutralizzato, una spina dorsale logistica spezzata dall’avanzata di Tsahal. Oggi l’esercito israeliano ammette invece una verità più scomoda: le operazioni di distruzione hanno colpito, nella migliore delle ipotesi, solo circa la metà del sistema sotterraneo costruito negli anni da Hamas e dalla Jihad islamica palestinese. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di un dato che racconta la scala reale del problema e, soprattutto, la sua complessità.
Secondo fonti della sicurezza citate dai media israeliani, una parte significativa delle aree comprese tra la barriera di separazione e la cosiddetta “linea gialla”, oggi sotto controllo israeliano, non è stata inclusa nelle valutazioni ufficiali dei tunnel distrutti. Questo vuoto nelle stime rivela quanto sia difficile ottenere una mappa completa del sottosuolo di Gaza, che pure è uno degli obiettivi centrali dell’operazione militare: controllare il terreno significa, in questo caso, controllare ciò che sta sotto il terreno.
Fino a poco tempo fa, la lunghezza complessiva del reticolo di gallerie era stimata intorno ai 400 chilometri. Le valutazioni più recenti parlano invece di un’estensione ben maggiore, compresa tra i 560 e i 720 chilometri. Un’enormità. Un mondo sotterraneo cresciuto lentamente, per strati, nell’arco di quasi vent’anni, progettato per resistere, adattarsi, moltiplicarsi. Non semplici passaggi di fortuna, ma vere infrastrutture con snodi, depositi, vie di comunicazione e centri di comando. In alcuni settori, gli stessi militari li descrivono come autostrade sotterranee.
Di fronte a queste nuove stime, il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato un’accelerazione drastica delle operazioni di localizzazione e distruzione. E quindi più uomini, più mezzi del genio militare, più squadre impegnate senza interruzione, giorno e notte. Nelle ultime settimane il Comando Sud ha intensificato le attività, avviando scavi simultanei e interventi mirati in aree selezionate. Ma la corsa contro il tempo si scontra con un dato strutturale perché distruggere un tunnel non significa solo individuarlo, ma comprenderne la logica, le diramazioni, le connessioni invisibili.
A rendere il quadro ancora più eloquente sono le reazioni di ufficiali del comando centrale statunitense, che, dopo aver esaminato il materiale di intelligence, hanno espresso sorpresa per l’ampiezza del sistema e per l’enorme sforzo ingegneristico richiesto per tentare di neutralizzarlo. Un riconoscimento implicito dei limiti operativi con cui Israele si misura a Gaza. Non stiamo parlando di limiti di volontà o di potenza di fuoco, ma limiti imposti da un ambiente costruito per sfuggire al controllo, per sopravvivere anche sotto pressione estrema.
La guerra dei tunnel può essere definita legittimamente una guerra asimmetrica portata all’estremo. Ogni metro distrutto può nasconderne altri dieci, ogni mappa aggiornata rischia di essere incompleta. È anche per questo che, nonostante mesi di combattimenti e risorse ingenti, l’obiettivo di eliminare completamente l’infrastruttura sotterranea resta lontano. A Gaza, la battaglia decisiva continua a svolgersi dove lo sguardo non arriva. E cioè, sotto terra.
La guerra sotto terra che non finisce mai
La guerra sotto terra che non finisce mai

