Per capire qualcosa dell’Iran di oggi, conviene ascoltare chi da lì è partito da poco. Nelle città universitarie italiane vivono migliaia di giovani iraniani arrivati in Europa negli ultimi anni: non figure storiche della diaspora, ma ragazze e ragazzi cresciuti dentro la Repubblica Islamica, ancora in contatto quotidiano con famiglie, amici e reti sociali rimaste nel Paese. Parlare con loro non equivale a una fotografia perfetta dell’intera società iraniana, complessa e stratificata, ma consente di cogliere una linea di tendenza: per una parte significativa della giovane generazione, il regime non è percepito come un ordine da riformare, bensì come una gabbia da spezzare. “One solution, revolution“, cantano durante le manifestazioni.
Nei loro discorsi colpisce anzitutto il rapporto con l’Islam politico. Per molti di questi giovani, la religione non è il centro della vita pubblica né il fondamento di un’identità condivisa; è piuttosto il linguaggio con cui il potere ha giustificato per decenni controllo sociale, repressione morale, subordinazione femminile. Non pochi la guardano con il distacco con cui, in altre epoche, molti abitanti dei regimi comunisti guardavano all’ideologia ufficiale: una ipocrita liturgia del dominio. Questo non significa che l’Iran sia diventato un Paese post-religioso, né che il dissenso giovanile coincida con l’intera nazione. Significa però che l’immagine di una Repubblica Islamica ancora sorretta da una legittimità profonda appare sempre meno persuasiva.
Per questi giovani, l’unico futuro immaginabile dell’Iran passa dal rovesciamento del regime. Molti guardano con interesse al progetto di transizione sostenuto da Reza Pahlavi, il figlio dell’ex Scià, fondato sull’idea di un referendum tra repubblica e monarchia costituzionale, purché dentro due condizioni preliminari: la separazione tra Stato e religione e il reinserimento del Paese in un orizzonte di cooperazione con l’Occidente democratico. Si può discutere quanto questo schema sia realistico e quanto consenso raccolga fuori da determinati ambienti. Ma sarebbe un errore liquidarlo come nostalgia marginale.
Il punto più scomodo, per gli europei, arriva quando il discorso si sposta sugli attori esterni. Molti di questi giovani non parlano degli Stati Uniti e di Israele come ne parla oggi gran parte dell’opinione pubblica europea. Non li giudicano attraverso il prisma del diritto internazionale, della procedura multilaterale o dell’equilibrio diplomatico. Li guardano, più brutalmente, come potenze capaci di colpire il regime che li ha privati della libertà. Anche quando diffidano di Trump, anche quando non ignorano il cinismo di Netanyahu, li considerano pero la loro utilità storica e non per la rispettabilità morale. Questa è la distanza: l’Europa continua a parlare il linguaggio dei principi; molti iraniani parlano quello della liberazione possibile.
Siamo tutti consapevoli che l’intervento militare è stato ed è condotto fuori da un mandato internazionale (che sarebbe stato impossibile, con Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza ONU) e finanche senza una cornice condivisa con gli alleati europei e arabi. Ma è da pigri o da ipocriti fingere che il problema si esaurisca in una formula giuridica o in un’altra. Perché la domanda che il conflitto rimette al centro non è solo se certi mezzi siano legali. È se una soluzione diplomatica che lasci in piedi la Repubblica Islamica sia accettabile, dopo le tremende repressioni, purghe e omicidi di massa delle scorse settimane. Siamo onesti: non lo è.
Per anni molte capitali del continente hanno coltivato l’idea che il problema iraniano potesse essere “contenuto”: limitare il programma nucleare, mantenere aperti alcuni canali economici, ridurre il rischio di escalation, guadagnare tempo. Quella strategia rispondeva a esigenze comprensibili. Ma dal punto di vista di milioni di iraniani, soprattutto donne e giovani, era spesso qualcosa di più amaro: la sensazione che la loro libertà fosse subordinata alla stabilità energetica e alla quiete diplomatica. Non solo, quella quiete ha lasciato libero il regime teocratico di creare, finanziare e irrobustire la propria rete di proxy regionali, da Hezbollah agli Houthi, passando per Hamas.
Donald Trump e Benjamin Netanyahu sono e restano degli “stronzi”. Ma per chi vive sotto una teocrazia repressiva, la domanda non è quale potenza straniera incarni meglio i valori liberali in astratto, ma chi concretamente stia lavorando alla fine del sistema che li opprime.
Serve il coraggio di una risposta più adulta. La caduta della Repubblica Islamica sarebbe un bene storico e un bene pubblico, anche se l’innesco di quel processo non corrispondesse al manuale ideale del multilateralismo europeo. Da questa verità non discende una legittimazione del metodo degli stronzi Trump e Netanyahu, ma ne dovrebbe discendere il dovere di smettere di presentare ogni generico e auspicato congelamento del conflitto come una vittoria della ragione.
L’Europa, in fondo, è intrappolata da questo dilemma morale a causa della propria insufficienza strategica. Se fosse più forte militarmente, più unita, più capace di incidere, potrebbe contribuire a disegnare una transizione iraniana meno caotica, più legittima e meno dipendente dalle bizze di Washington. Forse anche qui in Europa l’unica soluzione possibile sarebbe una rivoluzione, culturale e politica.
Piercamillo Falasca
direttore de L’Europeista
La guerra in Iran, gli iraniani e l’Europa