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⌥ La guerra importata

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Non basta più guardare la guerra, bisogna portarsela a casa. È proprio quello che sta succedendo nelle piazze italiane, dove il Medio Oriente più che un tema da discutere è un pretesto da usare. ProPal, antagonisti, sindacati, sigle varie, e tutti che parlano di Gaza, di Israele, dell’Iran. La verità vera è che parlano di sé stessi, delle proprie battaglie interne, delle proprie ossessioni.

Il passaggio è sottile ma decisivo e il conflitto più che un fatto ‘geopolitico’ (termine abusato da molti cazzerelloni convinti che sia sufficiente per apparire pensosi) si è trasformato in un linguaggio identitario. La verità è che non interessa capire ma schierarsi. E quando tutto si riduce a una bandiera, il livello inevitabilmente si abbassa: slogan, semplificazioni, rabbiaa un tanto al chilo e pronta all’uso.

Peccato che mentre qui si recita, lì si combatte davvero e la distanza tra realtà e rappresentazione si allarga. Da una parte droni, strategie, decisioni irreversibili e dall’altra cortei, parole d’ordine, indignazioni a tempo.

Il risultato è una politica che perde contatto con il mondo. Perché quando usi una guerra per raccontarti, è pressoché automatico smettere di capirla. E quando smetti di capirla, smetti anche di contare. Ma vaglielo a spiegare a queste mezze nullità…


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