E’ stato un rapporto pubblicato dal Wall Street Journal a rivelare un cambiamento profondo nella strategia militare della Repubblica islamica, maturato negli ultimi mesi all’interno dei vertici politici e delle Guardie Rivoluzionarie dopo gli eventi che hanno scosso l’apparato di sicurezza iraniano. A Teheran si è consolidata una convinzione che segna un punto di svolta rispetto alla linea degli anni precedenti: affrontare uno scontro diretto e circoscritto con un singolo avversario espone il regime a una sconfitta quasi inevitabile, soprattutto quando dall’altra parte si trovano Israele e gli Stati Uniti. Da questa valutazione è nata una dottrina diversa, più aggressiva e insieme più ambiziosa, concepita per trasformare qualsiasi guerra in un incendio regionale capace di coinvolgere economie, infrastrutture e rotte commerciali ben oltre i confini iraniani.
Il nuovo approccio ha preso forma dopo l’operazione militare dello scorso giugno, indicata nelle fonti occidentali con il nome di “Am Kalavi”. Sebbene il regime sia rimasto in piedi, il conflitto ha lasciato dietro di sé una rete di difesa aerea gravemente danneggiata, un programma nucleare rallentato e una catena di comando colpita nei suoi livelli più alti. In quel momento, secondo il quotidiano americano, la leadership guidata dalla Guida Suprema Ali Khamenei ha tratto una conclusione destinata a ridefinire la strategia della Repubblica islamica. Se il confronto resta limitato a un teatro preciso, la superiorità tecnologica e militare dei rivali rischia di risultare decisiva; se invece il campo di battaglia si espande e travolge l’intera regione, il costo politico ed economico diventa tale da frenare qualsiasi offensiva occidentale.
Da qui nasce quella che gli analisti definiscono una strategia di escalation regionale deliberata, nella quale il bersaglio non coincide soltanto con l’avversario diretto. I principati del Golfo entrano nella lista degli obiettivi, insieme alle infrastrutture energetiche e alle vie di rifornimento che alimentano il mercato globale del petrolio. L’idea è semplice e brutale allo stesso tempo: colpire l’economia mondiale per trasformare la guerra in un problema immediato per le capitali occidentali. Un conflitto che spinge il prezzo del greggio verso i 150 dollari al barile esercita una pressione enorme sugli equilibri politici negli Stati Uniti e in Europa, soprattutto quando la tensione coincide con appuntamenti elettorali delicati.
All’interno di questo schema prende forma anche la cosiddetta “difesa a mosaico”, una riorganizzazione profonda dell’apparato militare iraniano. Le Guardie Rivoluzionarie hanno suddiviso il paese in trentuno centri di comando, uno per ogni provincia, ciascuno dotato di autonomia operativa. I comandanti locali dispongono dell’autorità necessaria per lanciare missili, attivare unità di guerriglia e proseguire le operazioni anche qualora il contatto con il comando centrale venga interrotto. Una struttura di questo tipo riduce drasticamente l’efficacia di eventuali operazioni mirate contro la leadership politica o militare, perché il sistema resta in grado di funzionare anche dopo la perdita dei vertici.
Le conseguenze di questa strategia si sono intraviste negli ultimi giorni di combattimenti. Attacchi contro impianti petroliferi in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, droni e missili che hanno colpito obiettivi civili e infrastrutture sensibili a Dubai, fino al lancio di un missile contro una base militare a Cipro, episodio che segna un passaggio simbolico perché porta per la prima volta un attacco iraniano su territorio europeo. L’obiettivo strategico resta lo stesso: dimostrare che qualsiasi tentativo di piegare il regime comporterebbe un prezzo troppo alto per essere politicamente sostenibile.
Secondo gli analisti citati nel rapporto, Teheran non coltiva l’illusione di una vittoria militare tradizionale. La scommessa riguarda piuttosto la percezione del costo della guerra, perché un Medio Oriente in fiamme diventa un deterrente potente quanto un arsenale. Se il conflitto appare destinato a destabilizzare l’economia globale, allora l’Occidente potrebbe essere spinto a fermarsi prima di arrivare al punto di rottura. In questa logica, la guerra non ha confini definiti e nemmeno un centro unico da colpire. Funziona come un mosaico di crisi che si accendono contemporaneamente, rendendo ogni tentativo di controllo sempre più fragile.
La guerra a mosaico di Teheran