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⌥ La flottiglia del moralismo galleggiante

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Riparte la Flottilla. Con bandiere, telecamere, dichiarazioni pronte prima ancora di mollare gli ormeggi. Riparte e, puntuale, riparte anche la liturgia: la nave come metafora del Bene, il mare come palcoscenico, Gaza come fondale permanente su cui proiettare l’unica storia ammessa.

C’è qualcosa di caricaturale in questa crociera ideologica che si annuncia come missione umanitaria e funziona come operazione di comunicazione. Ma fermarsi alla battuta è un lusso che non possiamo permetterci. Perché la Flottilla non è folklore uno ma è uno strumento.
Ogni partenza è un atto d’accusa preventivo. Se Israele intercetta, è colpevole e se lascia passare, ammette implicitamente di avere qualcosa da nascondere mentre se ignora, dimostra cinismo. Il copione è blindato: qualunque sia l’esito, la sentenza è già scritta. E la sentenza non riguarda un carico di aiuti, riguarda la legittimità stessa di uno Stato che si difende.

Nel frattempo si finge di dimenticare che a Gaza il potere non è in mano a un comitato di quartiere ma a un’organizzazione che ha trasformato il territorio in una piattaforma militare, che usa i civili come scudi e i tunnel come infrastruttura strategica. Ma questo dettaglio stona con la messa in scena, e allora si sorvola. Si preferisce l’immagine della nave “di pace” alla realtà di un conflitto in cui uno dei contendenti dichiara apertamente di voler distruggere l’altro.

La vera questione è qui: la Flottilla non porta solo pacchi ma porta un messaggio politico preciso. Non chiede corridoi umanitari, m ca semmai chiede una delegittimazione. E non contesta una singola operazione militare. Quel che contesta è l’idea che Israele abbia il diritto di controllare chi e cosa entra in un territorio governato da chi gli ha dichiarato guerra.

È una pressione costante, accumulativa, studiata per logorare sul piano morale prima ancora che su quello diplomatico. E trova sponde in una parte d’Europa che ha bisogno di sentirsi virtuosa senza pagare il prezzo delle proprie scelte.
Si può anche sorridere davanti al “circo-Flottilla”. Ma mentre si ride, la macchina simbolica lavora. E lavora bene. Perché ogni volta che la nave salpa, l’obiettivo non è arrivare a Gaza. È arrivare nelle coscienze occidentali, sedimentare un’idea, spostare di qualche millimetro l’asse del giudizio.

È così che si combattono le guerre lunghe. Non solo con le armi, ma con le immagini. E in questa guerra di immagini, la Flottilla sa esattamente cosa sta facendo. E se lo sapessimo anche noi, non sarebbe male.


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