Se in Israele c’è un dolore che per anni è rimasto fuori campo, è quello che non lascia cicatrici sulla pelle eppure mangia il sonno, sbriciola le relazioni, spegne la voglia di uscire di casa e, alla fine, trascina via anche la capacità di lavorare. Yehudit “Yudi” Yuval Recanati, 75 anni, erede di una delle famiglie imprenditoriali più note del Paese, avrebbe potuto vivere al riparo da questo tema come si vive al riparo da una tempesta guardandola da una finestra ben chiusa e invece ha fatto l’opposto, perché da quasi trent’anni insiste sul fatto che il disturbo da stress post-traumatico è un problema nazionale, e che trattarlo come un segreto vergognoso è un lusso che Israele non può più permettersi.
Nel 1998 Recanati ha fondato NATAL insieme al dottor Yossi Hadar, quando parlare di trauma legato alla guerra e al terrorismo era ancora, nella migliore delle ipotesi, una cosa da cliniche specialistiche e da corridoi militari. NATAL nasce con una linea di ascolto e con un modello clinico pensato per chi, dopo un evento violento, non riesce più a rientrare nella propria vita, e negli anni diventa un punto di riferimento anche per una ragione culturale, perché offre parole e legittimità a quella che molti chiamano “ferita trasparente”, una ferita che chi soffre sente addosso come una corazza e che chi sta intorno spesso fatica perfino a immaginare.
Il 7 ottobre 2023 ha cambiato tutto, o meglio ha fatto saltare il tappo. Nelle prime ore dell’attacco e nei giorni successivi, le chiamate alla helpline sono esplose, e NATAL ha dovuto triplicare i volontari, mentre il numero di persone in trattamento è cresciuto a livelli impensabili prima della guerra. I dati disponibili dicono che, dall’inizio del conflitto, l’organizzazione ha seguito migliaia di nuovi pazienti e che oggi ha circa 2.800 persone in terapia attiva, una fotografia che non racconta soltanto l’emergenza di un momento, ma la lunga onda che arriva dopo, quando l’adrenalina finisce e restano i sintomi, gli incubi, la rabbia improvvisa, l’evitamento, quella sensazione di essere ancora in pericolo anche davanti al frigorifero di casa.
Recanati insiste su un punto che ritiene fondamentale: riconoscere il post-trauma non significa aprire il rubinetto di risarcimenti e scuse, bensì investire perché le persone tornino a reggere la propria routine. È una differenza cruciale, perché sposta il discorso dalla colpa alla funzionalità sociale, dal tribunale alla riabilitazione, e perché tocca un nervo scoperto della mentalità israeliana, cresciuta con l’idea del nuovo ebreo forte, efficiente, capace di incassare tutto senza chiedere nulla. È anche per questo che, per anni, chi stava male ha taciuto e ha persino litigato con i familiari che provavano a parlarne, mentre i figli di quei silenzi hanno finito per vivere un post-trauma di seconda e terza generazione, come succede quando una casa intera si organizza attorno a qualcosa che nessuno nomina.
C’è poi un altro livello, che è quello economico. NATAL ha provato a quantificare il costo psicologico della guerra, sostenendo che nei prossimi anni il peso indiretto del trauma rischia di essere gigantesco per lo Stato, tra perdita di produttività, cure, assenze, crolli familiari e ricadute sanitarie. Tradotto in politica pubblica vuol dire una cosa semplice e scomoda, e cioè che la salute mentale non è un capitolo di beneficenza, ma un’infrastruttura nazionale come le strade e gli ospedali, e che se lo Stato arriva tardi, la società paga due volte, prima con la sofferenza e poi con la disfunzione.
NATAL, come molte realtà israeliane, vive ancora in parte di donazioni e in parte di fondi pubblici, ma la domanda che ormai bussa alla porta non riguarda soltanto i bilanci. Riguarda l’idea stessa di cosa significhi “essere feriti” in un Paese in guerra. Recanati lo dice senza romanticismi, quando ammette che il suo sogno sarebbe chiudere un giorno la porta perché non ci sono più traumi da curare, e subito dopo aggiunge che non ci crede davvero, perché la tensione è entrata a far parte del clima. La sua battaglia è togliere vergogna e solitudine a centinaia di migliaia di persone che vorrebbero una cosa molto concreta, tornare a vivere senza essere governate dalla dittatura di ciò che hanno visto e passato.
La ferita che non si vede e che governa le giornate