Se dovessimo riassumere in una sola parola l’attitudine ebraica verso i rituali che accompagnano gli ultimi momenti della vita potremmo usare una sola parola: “Dignità.” L’intero sistema tradizionale ebraico ha come requisito fondamentale della propria espressione luttuosa la dignità per il defunto, per il suo stesso corpo, così come un percorso di dignità e di accompagnamento attraverso il dolore del lutto per coloro che hanno vissuto una perdita.
Dopo l’ultimo respiro, si dovrebbero attendere almeno 20 minuti prima di toccare il corpo, nel caso in cui la persona non sia ancora morta. Il corpo del defunto è sacro, come fosse una cassaforte: è infatti considerato come fosse il contenitore fisico dell’anima e, pertanto, deve essere trattato con estremo rispetto tanto da essere vietato mangiare, pregare o addirittura studiare la Torah in presenza del corpo di un defunto, mentre è consentito recitare i Salmi. Sembra quasi che la tradizione ebraica imponga, secondo una visione di estremo rispetto, che di fronte ad un defunto non debbano esistere gesti quotidiani legati alla vita quotidiana, anche se nobili come quello di studiare i testi sacri.
Allo stesso tempo, però, in nome di questo stesso rispetto e questa stessa dignità, dal momento della morte fino alla sepoltura, il corpo non deve essere mai lasciato solo. Almeno una persona adulta deve rimanere sempre con il corpo: si tratta di un altro segno di rispetto, quasi come se si trattasse di una sorta di guardia d’onore. Ogni parte del corpo deve essere sepolta ed è per questo motivo che dopo un attentato, dopo un attacco militare, dopo massacri come quelli del 7 ottobre del 2023 operati da Hamas abbiamo visto le strazianti immagini di ebrei religiosi che visitano i luoghi degli attacchi terroristici, raccogliendo pezzi di carne e sangue da seppellire.
Nella maggior parte di questi casi drammatici i volontari che compiono questo lavoro tanto importante quanto difficile appartengono all’associazione ZAKA, un’organizzazione di volontariato israeliana, riconosciuta dalle Nazioni Unite, specializzata nell’identificazione delle vittime di disastri (terrorismo, incidenti, catastrofi) e nel recupero dei resti umani per garantire la dignità dei defunti secondo la legge ebraica. Fondata nel 1989, opera in collaborazione con la polizia e le forze di soccorso, estendendo il suo raggio d’azione anche al primo soccorso e alla ricerca internazionale. ZAKA (acronimo di Zihuy Korbanot Ason) interviene per identificare le vittime e raccogliere i resti corporei e il sangue nei luoghi di tragedie, rispettando, appunto, la dignità dei morti. L’organizzazione ZAKA è anche intervenuta dopo la tragedia di Crans-Montana del 31 dicembre scorso per aiutare il recupero dei corpi delle vittime ed il loro stesso riconoscimento.
Torna quindi forte il richiamo ebraico alla dignità ed al rispetto del corpo del defunto, anche in condizioni drammatiche ed estreme. L’usanza ebraica universale è quella di seppellire ogni corpo in un semplice sudario bianco. La sepoltura è l’elemento fondamentale del rituale funebre ed è l’unico vero mezzo per concedere al corpo la dignità che la tradizione gli attribuisce.
Dal momento della morte di una persona fino alla sua sepoltura, i suoi parenti stretti sono in stato di aninut (lutto pre-sepoltura), un tempo, per così dire di sospensione da ogni altro dovere religioso, durante il quale i parenti hanno l’unico obbligo di dedicare tempo ed energie all’organizzazione del funerale e la sepoltura del defunto. La sepoltura è un precetto così totalizzante dal punto di vista ebraico che coloro che sono in uno stato di aninut sono esenti dal salutare altre persone, andare al lavoro, tagliarsi i capelli o radersi, tagliarsi le unghie, lavarsi i vestiti, avere rapporti coniugali, pregare, recitare benedizioni, studiare la Torah, ad eccezione delle leggi relative ai funerali.
La Torah, la Bibbia, comanda che il corpo venga sepolto direttamente in terra. In Israele, i corpi vengono sepolti direttamente nel terreno, senza bara. Fuori da Israele, è possibile utilizzare una semplice bara di legno. Il termine ebraico per funerale è “levaiá”, letteralmente “processione di accompagnamento”. Partecipare a un funerale è una grande mitzvah, un grande precetto. I vivi accompagnano solennemente il defunto nell’altro mondo, contribuendo ad alleviare la transizione traumatica che l’anima subisce quando lascia il corpo e si affaccia alla corte celeste. Per il defunto è un grande sollievo essere accompagnato dalla sua famiglia, dagli amici, dai colleghi, dai vicini e dai membri della comunità.
Possiamo quindi immaginare quanto sia doloroso, per la tradizione ebraica, negare l’accompagnamento funebre di un defunto e, sebbene il ritorno alla terra sia così importante da non poter essere rimandato, è consentito ritardare un funerale solo per consentire ai figli del defunto di viaggiare e arrivare al funerale.
Dato che il luogo di sepoltura è considerato sacro, esistono gesti che sono vietati all’interno di un cimitero proprio per sottolinearne la sacralità all’interno del suo perimetro. In un cimitero non è permesso mangiare o bere, fumare, camminare o appoggiarsi a una tomba, salutare qualcuno a meno di due metri e mezzo da una tomba. Secondo la tradizione ebraica, il defunto è angosciato perché non ha più la possibilità di compiere le mitzvot, pertanto, per evitare di causare ulteriore sofferenza all’anima, limitiamo l’esecuzione delle mitzvot in sua presenza, a meno che non sia in onore del defunto.
L’Ebraismo pone il lutto, o meglio il percorso per viverlo e farlo proprio, come qualcosa di necessariamente naturale e di mandatorio, di obbligatorio come tappa della vita stessa e come cammino per il ricordo ed il superamento della separazione data dalla morte. L’Ebraismo pretende che il lutto sia metabolizzato fino in fondo ed indica con precisione i tempi, i modi ed i luoghi di questa metabolizzazione che in quanto naturale esiste con due scopi diversi ma con una unica meta. Da un lato dobbiamo onorare la memoria di chi si è separato da noi, memoria che va onorata con sincerità e non con ipocrita atteggiamento dei “migliori che vanno via”, d’altro canto però dobbiamo noi, noi che siamo in vita, imparare ad onorare questa memoria.
La tomba e la sepoltura giocano un ruolo fondamentale all’interno di questo percorso di lutto e di metabolizzazione dello stesso dolore: è nella sepoltura che incontriamo la consolazione massima per chi dovrà affrontare i mesi o l’anno di lutto ebraico.
Ma l’importanza della sepoltura non è solo appannaggio della cultura ebraica, il valore di una degna sepoltura non è solo cosa ebraica per così dire. Lottare per seppellire i propri morti degnamente è un gesto che unisce tutte le civiltà degne di questo nome, così come impedire la sepoltura di un corpo o peggio ancora tenerlo sotto sequestro non sono gesti degni di una cultura civile.
Pensiamo all’antica storia greca di Antigone, la tragedia scritta da Sofocle più o meno nel 443 prima dell’era comune, 2469 anni fa. Antigone, era una giovane donna che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice, pur contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte, che l’ha vietata con un decreto. Polinice, infatti, è morto assediando la città di Tebe, comportandosi come un nemico: non gli devono quindi essere resi gli onori funebri. Scoperta, Antigone viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. In seguito alle profezie dell’indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte decide infine di liberarla, ma è troppo tardi perché Antigone nel frattempo si è impiccata. Questo porta prima al suicidio del figlio di Creonte, Emone, promesso sposo di Antigone, e poi della moglie Euridice, lasciando Creonte solo a maledirsi per la propria intransigenza.
Antigone quando discute con la sorella Ismene del loro dovere di seppellire il fratello seppur ribelle dice una frase tra molte che richiama il dovere della sepoltura anche per il mondo greco pagano:
“L’altro, dolorosa morta carne, Polinice, fa gridare a Tebe ch’è cancellato, escluso: nessuno l’affonderà sotterra. Senza ululi, lutto. Starà là, scoperto, inaridito, miniera di sapori per artigli, pupille affascinate dalla preda cruda.”
Quello di Antigone è un richiamo antico, umano, civilissimo che dovrebbe far comprendere all’intero mondo occidentale, ma non solo, quanto la negazione di una sepoltura sia un gesto di inciviltà, nel senso più ancestrale del termine e sia un atto di profonda offesa verso l’immagine stessa dell’essere umano.
La stessa cultura islamica vede nella sepoltura l’unica espressione di dignità per il defunto. La sepoltura per l’Islam (tranne in casi eccezionali, tipo un funerale prolungato di un personaggio politico) avviene il giorno stesso, per evitare l’imbalsamazione. Il defunto è posizionato sottoterra su un fianco, con la testa orientata verso la Città Santa della Mecca, è importante che il corpo sia deposto con cura affinché arrivi integro al momento del Giudizio. È preferibile che ogni musulmano sia sepolto vicino a dove è vissuto e non sia trasportato in un altro luogo o paese per evitare l’imbalsamazione del corpo. Nell’Islam è vietato cremare i morti o seppellirli sopra la terra. La tradizione islamica richiede funerali semplici, umili, molto rispettosi, è rifiutata l’ostentazione, generalmente non si usano lapidi né mausolei, non si usa mettere la foto del defunto o fiori vicino al corpo. Generalmente non sono consentite le bare, se la legge locale lo permette.
Esiste quindi, sin dall’antichità, il senso pregnante dell’obbligo della sepoltura come unico mezzo di rispetto per il defunto, un obbligo che partendo forse da culture ancora più antiche di quella greca arriva fino ai giorni nostri, unendo il senso del lutto della cultura ebraica e cristiana, unendo quindi simbolicamente Atene e Gerusalemme, così come anche la cultura islamica.
Quando i movimenti terroristici come Hamas vietano la sepoltura dei corpi dei loro nemici offendono non solo le culture che combattono, vale a dire la nostra cultura religiosa ed etica occidentale, ma esprimono un disprezzo drammatico anche per la propria cultura islamica.
Per questa ragione la sepoltura in terra di Israele, in un cimitero ebraico dell’ultimo sequestrato del 7 ottobre 2023, Ran Gvili, ha fatto commuovere tutti coloro che cercano di vivere secondo i valori di Antigone così come i valori biblici. Si tratta di una civilissima consapevolezza che segna la differenza tra una cultura della vita, pur nel dolore di una sepoltura e la cultura della morte, che nega una sepoltura per scopi politici, militari o per semplice sfregio alla dignità umana di un corpo da seppellire.
La società occidentale tutta, partendo dalla storia di Antigone, dovrebbe piangere e gioire con il popolo ebraico per il ritorno di Ran ad una sepoltura ebraica.
La commozione per il ritorno del corpo di Ran Gvili

