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La Cina come snodo della crisi iraniana

Una strategia comune di Washington, Bruxelles e del Golfo, per far cambiare rotta a Teheran

Lodovico Festa

Tempo di Lettura: 3 min
La Cina come snodo della crisi iraniana

L’andamento dell’intervento militare americano-israeliano in Iran presenta aspetti che non possono non preoccupare; ma, dall’altro lato, le vicende delle ultime settimane confermano come fosse necessario affrontare quella minaccia globale rappresentata dal regime degli ayatollah.

Dopo aver assassinato decine di migliaia di ragazze, giovani e cittadini che chiedevano libertà, Teheran ha cercato di svuotare le trattative con gli Stati Uniti, che chiedevano l’interruzione dei tentativi di costruire una bomba atomica, la rinuncia ai missili a lunga gittata e l’impegno a non finanziare gruppi terroristici attivi in tutto il Medio Oriente.

All’attacco militare, seguito alle doppiezze iraniane, si è reagito in modo apocalittico, nel tentativo di trascinare nella propria sconfitta non solo gli Stati confinanti — con i quali pure si erano avviati nuovi rapporti — ma anche di provocare una crisi globale attraverso il blocco dello Stretto di Hormuz. Si è così confermata quella mentalità fanatico-omicida denunciata da Washington e Gerusalemme, che ha finito per giustificare l’intervento.

La scelta di sconvolgere gli equilibri globali per ritardare la fine del regime non è, peraltro, priva di efficacia nei confronti delle democrazie, che hanno spesso difficoltà a gestire guerre limitate, quando non possono impiegare, in conflitti non generalizzati, la loro superiorità economica e quindi militare. Non sono solo i mercati a reagire: anche le dinamiche politiche interne — dalle elezioni locali a Manchester, alle municipalità francesi, fino al Baden-Württemberg — incidono sulla capacità di iniziativa degli Stati europei, già indeboliti da una limitata efficacia diplomatica dell’amministrazione Trump.

Al di là delle operazioni militari e di un eventuale intervento dei marines nello Stretto di Hormuz, resta la domanda su quali iniziative possano favorire una soluzione della crisi. Gli esiti possibili sono due: da un lato, un governo iraniano fortemente indebolito ma ancora controllato dagli ayatollah, disposto però a rinunciare all’arricchimento dell’uranio, ai missili a lunga gittata e al sostegno al terrorismo regionale; dall’altro, un vero regime change, capace di restituire al popolo dell’antica Persia un ruolo centrale nella comunità internazionale.

Il punto su cui appare più opportuno far leva è la costruzione di una posizione comune non solo tra Stati Uniti, Israele e Paesi del Golfo, ma anche con l’Unione europea, per esercitare una pressione efficace sulla Cina. Pechino, che teme una crisi globale, cercherà infatti fino all’ultimo di evitare un regime change destabilizzante; ma proprio per questo potrebbe essere indotta a premere su Teheran affinché accetti condizioni più stringenti e riapra lo Stretto di Hormuz. Sarebbe auspicabile che gli attori coinvolti si muovessero rapidamente in questa direzione, anche per prevenire eventi catastrofici che renderebbero ancor più fragile il quadro internazionale. E, al tempo stesso, è necessario mantenere alta l’attenzione: le strategie egemoniche di Pechino sono spesso sottili e sofisticate.


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