La Cina sta costruendo una forza nucleare molto più grande di quella che possedeva soltanto pochi anni fa. Le immagini satellitari di sette siti strategici, analizzate nell’ambito di un’inchiesta del Telegraph, mostrano nuovi impianti, aree di sperimentazione, strutture per il trattamento dei materiali fissili e infrastrutture logistiche. È la parte visibile di un’accelerazione che sta modificando gli equilibri nucleari mondiali.
Secondo le più recenti stime del SIPRI, Pechino dispone ormai di circa 620 testate. Nel 2024 erano stimate intorno a 500. La crescita riguarda anche i vettori e le modalità di dispiegamento, tanto che entro la fine del decennio la Cina potrebbe possedere un numero di missili balistici intercontinentali paragonabile a quello degli Stati Uniti o della Russia, pur mantenendo un arsenale complessivamente molto più piccolo.
Le fotografie satellitari permettono ora di osservare ciò che le cifre, da sole, raccontano soltanto in parte. A Pingtong, nella Cina centrale, il complesso legato alla produzione di componenti al plutonio si è enormemente ampliato dall’arrivo al potere di Xi Jinping. Sono comparsi nuovi edifici protetti, strade, posti di controllo e chilometri di muri. Nelle vicinanze è sorta perfino un’area residenziale destinata, secondo gli analisti, al personale e agli scienziati che lavorano nell’impianto.
A Zitong l’attenzione degli esperti si concentra invece sulle tecnologie destinate alle armi del futuro. Dal 2019 il sito è cresciuto in più direzioni e comprende strutture sperimentali utilizzabili per studiare gli effetti delle esplosioni e delle onde d’urto. Un nuovo centro logistico consente inoltre di trasferire componenti dalle strade alla ferrovia, segnale di una capacità industriale che si sta facendo più articolata.
Ancora più delicato è ciò che avviene a Lop Nur, nel deserto dello Xinjiang, dove nel 1964 esplose la prima bomba atomica cinese. Le immagini mostrano nuovi lavori, ingressi a possibili strutture sotterranee e attività nelle aree destinate ai test. Gli analisti invitano alla cautela: le costruzioni, da sole, non dimostrano che Pechino si prepari a riprendere le esplosioni nucleari. Indicano però che il vecchio poligono continua a essere sviluppato.
L’espansione coinvolge l’intera filiera. A Mianyang sorgono avanzati impianti di ricerca capaci di sottoporre materiali come il plutonio a pressioni e temperature estreme. Altri complessi vengono utilizzati per il trattamento dell’uranio, il riprocessamento del combustibile e la gestione delle scorie. Parallelamente sono cresciuti i campi di silos per i missili intercontinentali e Pechino ha rafforzato la componente navale della propria deterrenza.
La Cina sostiene che la sua dottrina rimane difensiva, ribadisce l’impegno al “no first use”, cioè a non utilizzare per prima l’arma atomica, e afferma di mantenere il proprio arsenale al livello minimo necessario alla sicurezza nazionale. Resta però un dato difficilmente contestabile: nell’arco di pochi anni le dimensioni e l’infrastruttura delle forze nucleari cinesi sono cambiate profondamente.
Stati Uniti e Russia possiedono ancora arsenali enormemente superiori. Il problema strategico riguarda la direzione del movimento. Mentre i meccanismi di controllo degli armamenti costruiti durante e dopo la Guerra fredda si indeboliscono, entra definitivamente in scena una terza grande potenza nucleare intenzionata a disporre di una capacità di rappresaglia credibile anche dopo un eventuale primo attacco.
È questo il significato più importante delle immagini arrivate dallo spazio. Xi Jinping sta preparando la Cina a un confronto strategico di lunghissimo periodo. E l’atomica è tornata a esserne uno degli strumenti decisivi.