Parlare della presenza della Chiesa cattolica in Israele significa entrare in un territorio dove la storia pesa quanto la politica, e dove ogni dato va maneggiato con attenzione per evitare scorciatoie che non aiutano a capire. La Chiesa cattolica nello Stato di Israele non è una potenza di massa, né sul piano demografico né tanto meno su quello elettorale, eppure mantiene una presenza radicata, visibile e strutturata, che affonda le sue radici prima della nascita dello Stato nel 1948 e che continua a esercitare un ruolo non trascurabile, soprattutto sul piano simbolico, diplomatico e – elemento nient’affatto trascurabile – patrimoniale.
Partiamo dal fatto che i cattolici in Israele sono una minoranza ridotta. Le stime più attendibili parlano di circa 180-200 mila cristiani in totale, (poco più del 2 per cento della popolazione totale), e di questi i cattolici sono appena sopra il 50%. Si tratta in larga parte di arabi cristiani, cittadini israeliani, concentrati soprattutto in Galilea, a Nazareth, a Haifa e in alcuni centri del nord, accanto a comunità più piccole di cattolici ebrei, immigrati filippini, africani o latinoamericani, e religiosi stranieri presenti per studio o per lavoro. È una realtà frammentata, attraversata da differenze linguistiche e culturali, che rende impossibile qualsiasi lettura semplificata.
Il perno istituzionale della presenza cattolica è il Patriarcato latino di Gerusalemme, che ha giurisdizione su Israele, i Territori palestinesi, la Giordania e Cipro. A guidarlo è il cardinale Pierbattista Pizzaballa, figura centrale non solo per la Chiesa locale ma anche per gli equilibri diplomatici della regione. Francescano, italiano, già Custode di Terra Santa per oltre un decennio, Pizzaballa – che tra l’altro parla un ebraico impeccabile – è stato nominato patriarca nel 2020 e creato cardinale nel 2023. Il suo ruolo va ben oltre quello pastorale essendo un interlocutore costante delle autorità israeliane, palestinesi e giordane, e una delle voci cattoliche più ascoltate quando si parla di Gerusalemme, dei luoghi santi e della sicurezza delle comunità cristiane.
Accanto al Patriarcato latino operano le Chiese cattoliche orientali, melchiti, maroniti e armeni cattolici, ciascuna con una propria gerarchia e una propria rete di parrocchie. Questa pluralità riflette la complessità storica del cristianesimo in Terra Santa, ma rende anche più difficile una posizione unitaria nei rapporti con lo Stato di Israele, soprattutto quando emergono questioni sensibili che toccano identità, cittadinanza e appartenenza nazionale.
Il peso reale della Chiesa cattolica in Israele non si misura tanto nei numeri dei fedeli quanto nella sua rete di istituzioni e nei suoi tutt’altro che modesti possedimenti. Scuole, ospedali, case di accoglienza, conventi, monasteri e santuari sono diffusi su tutto il territorio, spesso in luoghi di enorme valore storico e religioso. Molti di questi beni risalgono all’epoca ottomana o al Mandato britannico e costituiscono un patrimonio immobiliare vasto e delicato, che da anni è al centro di negoziati complessi con le autorità israeliane, in particolare su tassazione municipale, status giuridico e diritti di proprietà.
Sul piano politico, la Chiesa cattolica non ha influenza sulle decisioni dello Stato, ma mantiene canali di dialogo costanti attraverso la diplomazia vaticana e la nunziatura apostolica. Il rapporto tra Israele e Santa Sede resta segnato da una collaborazione prudente, in cui convivono cooperazione pratica e divergenze profonde, soprattutto sullo status di Gerusalemme e sulla lettura del conflitto israelo-palestinese. In questo contesto, il ruolo di Pizzaballa vorrebbe essere quello di un mediatore sobrio, spesso chiamato a tenere insieme la tutela dei fedeli, la difesa delle istituzioni cattoliche e una linea pubblica che eviti rotture irreparabili anche se le sue mosse durante la guerra di Gaza non sono state proprio amichevoli nei confronti dello Stato ebraico.
La Chiesa cattolica in Israele è dunque una presenza antica e strutturata, e insieme fragile, costretta a bilanciare missione spirituale, interessi materiali e un contesto politico non proprio facile. Capirne il peso significa guardare alla realtà concreta di una minoranza che continua a esistere, a operare e a negoziare il proprio spazio in uno dei Paesi più complessi del mondo, con figure come Pizzaballa chiamate ogni giorno a trasformare l’equilibrio in pratica quotidiana spesso inciampando ma contando, come sempre fa il potere cattolico, sulla sua millenaria capacità di rimettersi in piedi e fare come se la caduta non fosse mai avvenuta.
La Chiesa cattolica in Israele, un’influenza da maneggiare con cautela
La Chiesa cattolica in Israele, un’influenza da maneggiare con cautela

