Ci sono dei limiti che, forse ingenuamente, si pensa non possano essere superati. E invece c’è chi li supera, anche con una certa disinvoltura, spostando ogni volta l’asticella un po’ più avanti.
E così accade che la CGIL Toscana, dal 24 gennaio al 1° marzo, promuoverà a Massa una rassegna di iniziative dedicate alla Palestina e a Gaza.
4 mostre e 28 eventi, in un fitto calendario che coinvolge associazioni schierate su queste tematiche, come Gaza Palestina Fuori Fuoco, e che ha ricevuto anche il patrocinio della Provincia di Massa-Carrara e del Comune di Carrara (sì, quello della Sindaca che recentemente ha dato mandato alle farmacie comunali di aderire alla campagna “BDS Teva – no Grazie”).
Si parte il 24 gennaio, per manifestare contro la “repressione del dissenso”. Ottimo e lodevole: il dissenso è il sale della democrazia, va difeso, mai represso. Solo una domanda: quale sarebbe la repressione che merita cotanta indignazione? Risposta della CGIL: l’avviso di conclusione delle indagini (nemmeno un rinvio a giudizio), notificato a 37 persone che nell’ottobre scorso, durante una delle proteste pro-pal responsabili di disagi alla circolazione ferroviaria in mezza Italia, avevano occupato i binari della stazione locale.
Al di là delle responsabilità che saranno o meno accertate dalla magistratura, si tratta di fatti di particolare gravità, che vanno ben oltre il legittimo esercizio del diritto di manifestare.
Da un sindacato come la CGIL, forte di una lunga tradizione di argine alle derive più violente di protesta, ci si sarebbe attesi una presa di distanza. E invece no. La CGIL, che ha chiaramente smarrito questa identità, ha diffuso un comunicato in cui denuncia che quelle indagini “comprimono spazi democratici fondamentali e colpiscono persone che chiedono pace, diritti e giustizia, manifestando anche il proprio dissenso rispetto all’inerzia e alle responsabilità del Governo italiano di fronte a quanto sta accadendo in Palestina”. E via con la storia della repressione, alla quale il sindacato, con tono minaccioso, si dice pronto a rispondere addirittura con “uno sciopero generale in tutta la Toscana, che si farà ove si passasse dagli atti di indagine al rinvio a giudizio”.
Ma c’è di più: le iniziative pro-pal proseguiranno oltre il 24 gennaio, sovrapponendosi così alla Giornata della Memoria.
Avviare una campagna militante su Gaza durante la settimana della Giornata della Memoria è il segno di volere evocare un inaccettabile parallelismo tra la Shoah (un genocidio reale) e la guerra di Gaza (un dramma, che però non è un genocidio).
Lanciarsi in questa sovrapposizione è un’ignominia, un modo di strumentalizzare la Shoah come “moltiplicatore emotivo”, a uso e consumo di quelle piazze che da anni predicano odio contro Israele.
Non c’erano altre date per promuovere simili iniziative? Davvero il maggiore sindacato italiano non avverte, se non imbarazzo, almeno un senso di inopportunità per questa scelta?
Il 27 gennaio, alla fine, arriverà un comunicato, una parola sulla Shoah. Si terrà magari anche qualche mostra, la proiezione di un docu-film, l’accensione di candele.
Si consumeranno insomma i consueti rituali, fatti però di una retorica stanca e ripetitiva. La stessa a cui assistiamo da anni, incapace di cogliere il significato che la Giornata della Memoria dovrebbe avere oggi: indurre a una riflessione profonda sulle nuove forme di antisemitismo, che con prepotenza aumentano ogni giorno.
Proprio quelle nuove forme di antisemitismo che portano agli attentati e agli atti di violenza contro gli ebrei in tutto il mondo, che fingiamo di non vedere.
Che si manifestano nei vergognosi boicottaggi economici e accademici, contro imprese e università israeliane.
Che vedono il solito gruppetto di politici contestare l’approvazione di una legge per la lotta all’antisemitismo e, al contempo, stracciarsi le vesti in difesa di Hannoun, dell’Imam di Torino ed ora anche di Barghouti, terrorista condannato a cinque ergastoli per plurimi omicidi e attentati.
Sullo sfondo, un Occidente che tollera, che resta prigioniero del proprio torpore e si mostra incapace di capire che non è solo una questione degli ebrei, ma di rispetto delle regole del convivere civile. E che, se non troverà il coraggio di assumere posizioni nette per denunciare la gravità di iniziative come questa, finirà verso un lento e inesorabile declino.
Quanto alla CGIL, la strada è ormai tracciata. Il sindacato che nella stagione degli anni di piombo ha rappresentato un presidio di legalità e di ferma opposizione alle spinte eversive, si presenta oggi come espressione di un attivismo politico sempre più radicalizzato ed incline a difendere l’indifendibile. In un imbarazzante connubio con l’estrema sinistra e il sindacalismo di base, che ne tradisce il ruolo storico di tutela dei lavoratori e dei diritti sociali.
La CGIL oltre il limite della Memoria
La CGIL oltre il limite della Memoria

