Quando si colpisce un regime che da anni investe risorse, propaganda e vite umane per arrivare alla bomba atomica, è difficile parlare di una schermaglia regionale o di un capriccio muscolare visto che siamo di fronte a una scelta che incide sul futuro di mezzo mondo. L’asse tra gli Stati Uniti e Israele ha deciso di intervenire per fermare la corsa nucleare dell’Iran degli ayatollah, consapevole che un’arma atomica nelle mani di Teheran non sarebbe un elemento di equilibrio bensì uno strumento di ricatto permanente, un cappio diplomatico stretto al collo dell’Occidente e, prima ancora, dei popoli mediorientali già ostaggio delle milizie finanziate dal regime.
Si può discutere di tempi, modalità, proporzionalità. Tutto è legittimo. Quello che non è più sopportabile è l’automatismo pavloviano di una certa opinione pubblica che, ogni volta che Washington e Gerusalemme agiscono per neutralizzare una minaccia esistenziale, si risveglia come un coro ben addestrato e intona la litania contro l’imperialismo, contro la brutalità sionista, contro i presunti imperi del male. Gli stessi ambienti che hanno trovato mille sfumature per relativizzare la repressione interna iraniana, che hanno archiviato come “questioni culturali” le impiccagioni degli omosessuali, le frustate alle donne, i matrimoni forzati di bambine consegnate a uomini che potrebbero essere i loro nonni, ora scoprono una sensibilità improvvisa per la pace universale.
La verità è meno poetica e un bel po’ più scomoda: un Iran nucleare cambierebbe per sempre gli equilibri strategici, moltiplicherebbe l’arroganza delle sue proxy in Libano, in Siria, a Gaza, e trasformerebbe ogni crisi in una partita giocata con la pistola atomica sul tavolo. Fingere che si possa attendere serenamente il momento in cui il regime completerà il suo arsenale, per poi affidarsi alla diplomazia delle buone intenzioni, significa consegnare il futuro a chi ha già dimostrato di non avere scrupoli verso il proprio popolo.
Ora l’esercito degli irenisti tornerà a riempire le piazze virtuali e reali con slogan indignati. Li sentiremo parlare di escalation, di provocazioni, di diritto internazionale evocato a intermittenza. È un copione stranoto e abusato. La differenza è che, questa volta, la posta in gioco non è un comunicato stampa, ma la possibilità che una teocrazia violenta si doti dell’arma definitiva. Tappiamoci pure le orecchie davanti alle vocine stridule che scambiano il disarmo unilaterale per virtù e la resa preventiva per saggezza. La storia, prima o poi, presenta il conto anche a chi ha preferito voltarsi dall’altra parte.
La bomba degli ayatollah e il coro degli irenisti
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