Per anni ci hanno spiegato che l’Iran era una faccenda complessa. Un regime difficile da capire, una società articolata, un equilibrio delicato nella regione. Bisognava avere pazienza, studiare il contesto, non cadere nelle semplificazioni. Nel frattempo gli ayatollah impiccavano dissidenti nelle piazze, perseguitavano le donne che osavano togliersi il velo, finanziavano milizie armate dal Libano allo Yemen, promettevano la distruzione di Israele e lavoravano con tenacia alla costruzione di un arsenale nucleare. Ma tutto questo, a quanto pare, non bastava ancora per parlare di barbarie.
La barbarie, infatti, è comparsa solo adesso.
È comparsa nel momento esatto in cui Stati Uniti e Israele hanno deciso di colpire il regime degli ayatollah. E allora, come per incanto, ecco la parola che mancava. Barbarie. L’ha pronunciata con solennità una parte della politica europea, l’ha ripetuta un certo commentariato morale, l’ha trasformata in titolo indignato più di un giornale. Gli ayatollah no, loro erano una complicazione geopolitica. La barbarie arriva quando qualcuno prova a fermarli.
È una curiosa gerarchia etica quella che si sta imponendo da anni nel dibattito occidentale. Le dittature sono sempre complesse, le democrazie sempre colpevoli. Le prime vanno comprese, le seconde devono essere giudicate. Gli autocrati si interpretano, chi reagisce si condanna.
Il risultato è un rovesciamento che ormai non sorprende più. Se un regime teocratico opprime il proprio popolo, arma milizie e minaccia una guerra permanente, si apre un seminario universitario sul contesto storico. Se qualcuno prova a fermarlo, improvvisamente scopriamo di vivere nel tempo della barbarie.
È una strana civiltà quella che riesce a tollerare quasi tutto tranne la difesa di se stessa. Una civiltà che riesce sempre a trovare parole comprensive per le tirannie e parole furiose per le democrazie. E che ogni volta, puntuale come un orologio svizzero, scopre la barbarie nel momento più prevedibile: quando qualcuno decide di non subirla più.
La barbarie, finalmente
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