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⌥ Israele va bene quando cura: il boicottaggio si ferma in corsia

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C’è una scena che si ripete con una puntualità. In Svizzera e in Italia, nei reparti che curano le ustioni gravi, i medici usano NexoBrid, un farmaco che fa una cosa molto concreta e poco ideologica: salva tessuti, riduce interventi invasivi, accelera la guarigione. Funziona. Punto.
Dettaglio marginale solo per chi finge di non vedere: NexoBrid è prodotto da MediWound, azienda israeliana. Israele. Avete letto bene: I-S-R-A-E-L-E.

Eppure, guarda caso, stavolta nessuna piazza indignata, nessun sit-in con kefiah e megafono, nessuna occupazione universitaria contro il “farmaco sionista”. Nessuno che chieda di boicottare il pronto soccorso, di rifiutare la terapia, di “contestualizzare” l’enzima prima di applicarlo sulla pelle bruciata. Strano davvero. Anzi no, stranissimo solo per chi è ingenuo.

La verità è banale e un po’ imbarazzante: quando c’è da urlare contro Israele, la morale è inflessibile; quando c’è da curarsi, la morale evapora. Il boicottaggio va benissimo finché riguarda concerti, conferenze, libri, accademici. Quando invece entra in sala operatoria, quando ti salva un braccio o una vita, improvvisamente Israele smette di essere un problema e diventa una soluzione.

È il solito doppio standard, solo più nudo. L’antisemitismo travestito da attivismo ha sempre avuto un limite invalicabile: il proprio interesse. E così i soliti mentecatti e le solite zecche propal, che passano le giornate a pontificare su chi è “impuro”, davanti a una ferita seria tacciono, ingoiano e ringraziano con un sorrisino ebete e silenzioso.

Curarsi sì, ringraziare no. Contestare tutto, tranne l’efficacia. Anche questa è una forma di verità. E fa molto più male di una bruciatura.


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