In pieno conflitto bellico, Israele sorprende tutti e sceglie di riaprire un dossier economico congelato da decenni. E ancora più stupefacente è che lo faccia in un punto delicato della propria geografia strategica, lungo il confine con la Giordania, dove la stabilità è tutt’altro che scontata. La cosiddetta Porta del Giordano, una zona industriale congiunta pensata già negli anni Novanta e poi rimasta intrappolata tra crisi regionali e diffidenze reciproche, torna oggi al centro dell’agenda governativa con una decisione che va oltre il piano economico.
Il progetto si colloca nei pressi del valico di Allenby, uno dei passaggi più sensibili tra Israele e la Giordania, e punta a costruire un’area produttiva integrata capace di combinare industria, logistica e commercio transfrontaliero. L’obiettivo dichiarato riguarda la creazione di posti di lavoro e la crescita economica locale, ma il significato reale si estende alla costruzione di un’interdipendenza che renda più difficile la rottura dei rapporti tra i due Paesi, soprattutto in una fase in cui la regione è attraversata da tensioni militari e da una crescente pressione dell’asse iraniano.
La storia del progetto racconta bene le oscillazioni della politica mediorientale. Negli anni successivi alla firma del trattato di pace del 1994 tra Israele e Giordania, l’idea di un polo industriale condiviso appariva come una naturale evoluzione della normalizzazione. Poi sono arrivati gli anni delle intifade, delle crisi regionali, delle diffidenze interne, e la Porta del Giordano è rimasta sulla carta o è stata ridimensionata, come accaduto nel 2015 quando il perimetro previsto venne drasticamente ridotto. Un tentativo di rilancio era già emerso nel 2022 con il governo Bennett-Lapid, senza però produrre risultati concreti.
La novità di oggi non sta soltanto nella ripresa formale del progetto, ma nel contesto in cui avviene e negli attori che lo sostengono. Gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di appoggiare attivamente l’iniziativa, inserendola in quella rete di cooperazioni economiche regionali che si è sviluppata dopo gli Accordi di Abramo e che mira a costruire infrastrutture condivise, investimenti incrociati e nuove catene del valore nel Medio Oriente. Il ministero israeliano della Cooperazione regionale è incaricato di guidare il processo, segno che il progetto viene trattato come una leva politica e non come una semplice operazione industriale.
La scelta di rilanciare la Porta del Giordano proprio mentre il confronto con l’Iran e i suoi alleati resta aperto indica una linea precisa. Israele non si limita a rispondere sul piano militare, ma prova a consolidare un tessuto di relazioni economiche che renda più solida la propria posizione regionale, offrendo ai partner moderati incentivi concreti a mantenere e rafforzare la cooperazione. In questo quadro, la Giordania rappresenta un interlocutore essenziale, sia per la sua posizione geografica sia per il suo ruolo politico nel mondo arabo.
Resta da capire se il progetto riuscirà a superare gli ostacoli che lo hanno bloccato per trent’anni, perché le criticità non sono scomparse e riguardano la sicurezza, la burocrazia e le resistenze interne da entrambe le parti. Tuttavia, il fatto stesso che venga rimesso in movimento in una fase di guerra dice qualcosa di più generale sulla strategia israeliana, che non separa più nettamente economia e sicurezza, ma le intreccia in modo sempre più esplicito, trasformando anche le infrastrutture industriali in strumenti di equilibrio regionale.
Israele rilancia la Porta del Giordano con Amman (mentre la guerra continua)