L’attacco israelo-americano all’Iran ha determinato un altro fronte di conflitto. Dal Libano Hezbollah, sotto lo sguardo distratto dell’Unifil e l’impotenza dell’esercito del Paese dei cedri, ha scatenato una tempesta di fuoco contro le città israeliane, tanto da indurre l’Idf a riprendere i bombardamenti sulle zone controllate dal Partito di Dio nelle città libanesi con i soliti dolorosi effetti secondari a scapito della popolazione civile che, per non restare sotto le bombe, è costretta, in centinaia di migliaia, a cercare scampo da sfollati, come abbiamo visto troppe volte dopo i combattimenti scatenati dai massacri del 7 ottobre.
Le autorità libanesi sono consapevoli delle loro responsabilità alla luce di quel diritto internazionale che viene evocato ad ogni piè sospinto, anche per recarsi alla toilette. Se un Paese non è in grado di impedire che dal suo territorio si effettuino azioni belliche contro un Paese vicino, ne risponde in solido e la comunità aggredita è legittimata a difendersi in proprio. In quest’ultima puntata della guerra di Israele con Hezbollah è venuta a mancare ogni plausibile giustificazione, persino quelle pretestuose che vengono riconosciute in malafede ad Hamas.
L’organizzazione terroristica che controlla la Striscia si avvale di un presunto diritto di resistenza ad un regime colonialista (Palestina libera dal fiume al mare); Hezbollah è soltanto una milizia mercenaria al soldo degli Ayatollah, tanto che il capo della banda si è precipitato dopo la morte di Khamenei a giurare fedeltà al suo successore. Israele sembra deciso ad andare avanti con le operazioni militari fino alla vittoria sul nemico, anche a costo di promuovere una campagna sul terreno al di là dei confini in quei territori ormai storicamente sottratti alla sovranità del Libano. Persino il Vaticano ha invitato Israele a ritirarsi dal Libano, senza spiegare come l’Idf sia poi in grado di contrastare i bombardamenti a grappolo sulle popolazioni civili.
Questa guerra si caratterizza sempre più come un affaire di pertinenza israeliana, destinato a proseguire autonomamente anche nel caso di cessazione del conflitto maggiore. Perché Israele ha intenzione di andare fino in fondo, come non gli è stato permesso di fare con Hamas nella Striscia di Gaza. Si ripeterà anche questa volta il destino cinico e baro che condanna lo Stato ebraico ad esistere, ma a convivere pericolosamente con i suoi nemici mortali? Come se il diritto all’esistenza di Israele dovesse comportare il diritto dei suoi nemici a provare a cancellarlo dalla faccia della terra come hanno già fatto sulle carte geografiche. Un segnale inequivoco in tal senso è emerso anche nella riunione del Consiglio superiore di sicurezza del 13 marzo. Nel comunicato finale – in cui vengono riassunti i (non) impegni dell’Italia vi è – per quanto riguarda il conflitto in Libano – un passaggio inverecondo che meriterebbe dei chiarimenti.
Per il Libano e chiede a Israele di astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il Libano in un nuovo drammatico conflitto’’. Che cosa si intende per ‘’azioni spropositate’’? Se si volesse interpretare correttamente il significato dell’aggettivo consultando un dizionario dei sinonimi, si troverebbero le seguenti formulazioni: molto più grande del normale e del consueto, enorme, sproporzionato, eccessivo, esagerato.
Anche dopo i massacri del 7 ottobre si disse ben presto che la reazione di Israele era sproporzionata, come se al suo governo fosse consentita una rappresaglia, ma non una guerra da combattere e da vincere. In sostanza, a Israele è concesso di difendersi, ma con moderazione; senza avvalersi della sua superiorità militare e accontentandosi di tirare a campare per qualche anno. Lo Stato ebraico è accusato di essersi impadronito di un territorio dei palestinesi; non vorrà mica anche pretendere di vivervi in pace? Anzi il conflitto e l’odio devono continuare anche nelle prossime generazioni, con i figli prima, poi con i nipoti dei soliti protagonisti. Finché il sole risplenderà sulle sciagure umane.
Israele, Libano e il limite della “proporzione”