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BUSSOLE. Israele: la pena di morte e il dibattito politico

Setteottobre

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BUSSOLE. Israele: la pena di morte e il dibattito politico

Israele non “introduce” la pena di morte ma la modifica profondamente. La differenza è decisiva, perché segna il passaggio da una norma quasi simbolica a uno strumento potenzialmente operativo.

Fino a ieri il sistema israeliano prevedeva la pena capitale solo per casi estremi come genocidio o tradimento in guerra, ma era costruito in modo tale da renderla di fatto impraticabile: serviva l’unanimità dei giudici, l’accusa doveva chiederla esplicitamente e la prassi giudiziaria la evitava sempre. Dal 1962, dopo il caso Eichmann, non è mai stata applicata.

La nuova legge cambia proprio questo equilibrio. Introduce la possibilità concreta di condannare a morte per reati di terrorismo, in particolare per omicidi legati ad attività terroristiche. Il punto chiave è che la pena di morte smette di essere un’eccezione estrema e diventa, in certi casi, la risposta prevista, dalla quale il giudice può eventualmente discostarsi.
Cambia anche il meccanismo decisionale: non serve più l’unanimità dei giudici ma basta una maggioranza, il tribunale può applicare la pena anche senza richiesta dell’accusa e vengono ridotti gli spazi per appello e clemenza. Si introduce inoltre un tempo relativamente rapido per l’esecuzione, intorno ai novanta giorni. Tutti elementi che trasformano una norma teorica in una procedura concreta.

C’è poi un aspetto decisivo, che sta al centro delle polemiche: il doppio binario. La legge opera sia nei tribunali civili israeliani sia in quelli militari della Cisgiordania, ma nella pratica i casi di terrorismo giudicati dai tribunali militari riguardano quasi esclusivamente palestinesi. Questo crea una distinzione di fatto tra categorie di imputati, ed è il motivo per cui alcuni giuristi parlano di una legge formalmente neutra ma sostanzialmente discriminatoria.

Chi la vuole?

La spinta viene dalla destra nazionalista e soprattutto dall’estrema destra, con figure come Itamar Ben-Gvir, sostenute da una parte significativa della coalizione di governo. Netanyahu ha accompagnato il processo senza bloccarlo, anche per tenere insieme l’equilibrio politico interno. Le motivazioni sono chiare: rafforzare la deterrenza, dare una risposta più dura agli attentati, evitare che terroristi condannati possano essere liberati in futuri scambi di prigionieri e trasmettere un segnale politico di fermezza dopo il trauma del 7 ottobre.

Chi è contro?

L’opposizione è ampia e non riguarda solo la sinistra. Ci sono organizzazioni per i diritti civili, una parte consistente del mondo giuridico israeliano, esperti di sicurezza e diversi osservatori internazionali. Le obiezioni si muovono su più livelli.Sul piano giuridico si contesta la violazione del diritto alla vita, della dignità umana e dell’uguaglianza davanti alla legge, principi che in Israele sono tutelati dalle Basic Laws. Sul piano processuale si teme una riduzione delle garanzie e il rischio di errori irreversibili. Sul piano strategico molti esperti sostengono che la pena di morte non abbia un reale effetto deterrente sul terrorismo, soprattutto quando gli autori sono disposti a morire o cercano il martirio.
C’è poi un’argomentazione molto concreta: una legge del genere potrebbe aumentare il numero di sequestri, perché i gruppi armati avrebbero un incentivo ancora più forte a catturare ostaggi da usare come leva negoziale. E potrebbe trasformare i condannati in simboli, alimentando nuova radicalizzazione.

Cosa può succedere

Il passaggio decisivo adesso si sposta alla Corte suprema israeliana. La legge è già stata impugnata e i giudici dovranno valutare se sia compatibile con i principi fondamentali dell’ordinamento. Le possibilità sono diverse: potrebbero limitarne l’applicazione, reinterpretarla in modo restrittivo oppure, in uno scenario più radicale, bloccarla del tutto.

Anche se dovesse restare formalmente in vigore, molto dipenderà dalla pratica. In Israele esiste spesso una distanza tra legge scritta e applicazione concreta, e non è affatto detto che i tribunali ricorrano facilmente alla pena capitale.

Il punto, alla fine, è politico prima ancora che giuridico. Questa legge non riguarda solo la punizione di alcuni reati, riguarda il tipo di Stato che Israele vuole essere mentre combatte il terrorismo. Da una parte c’è l’idea che serva alzare il livello della risposta fino all’estremo; dall’altra c’è la convinzione che proprio nei momenti più duri uno Stato debba mantenere limiti chiari per non compromettere la propria natura. Oggi l’equilibrio si sta spostando, e lo scontro vero si gioca lì.


Si tratterebbe di una forza militare in grado di disarmare Hezbollah nel Sud Libano, gli Houthi nello Yemen, Hamas a Gaza, di presidiare la Cisgiordania in modo da favorire la pacifica convivenza con Israele e di intervenire in tutte le aree infestate dal terrorismo dell’Isis e di gruppi affini, dei Pasdaran e di altri attori armati in tutta l’area afro-mediorientale.