La controversa legge sulla pena capitale approvata dalla Knesset nasce in uno scenario che un osservatore non può non considerare, se vuole condurre un’analisi obiettiva e lucida. Israele è giunta a questo approdo in un contesto drammatico, fatto di attacchi terroristici e minacce esistenziali concrete e quotidiane. Un contesto in cui l’incarcerazione dei loro autori alimenta quel perverso meccanismo, visto e rivisto, che porta i gruppi jihadisti alla “caccia all’israeliano”, da catturare e poi mercanteggiare in cambio del rilascio dei propri militanti, secondo le ben note e assurde proporzioni (un israeliano per decine di terroristi).
Pur comprendendo le ragioni che hanno portato a questa legge, resto contrario.
Sono contrario per convinzioni etiche e culturali.
Sono contrario perché non credo, in generale, che la sanzione capitale produca effetti deterrenti. E temo che ciò valga, a maggior ragione, per terroristi fondamentalisti come quelli che questa legge vorrebbe punire: chi è votato al martirio, e le organizzazioni che lo sostengono, potrebbero trovare persino più utile alla loro folle strategia farsi giustiziare dalle autorità israeliane, anziché morire sul campo o finire in carcere.
Sono contrario anche perché mi sembra che questa legge presenti più di un’ombra, alla luce dei principi che lo Stato di Israele ha fatto propri da decenni. E se è vero, come pare, che alcune ONG israeliane hanno promosso un’impugnazione davanti alla Corte Suprema, è anche possibile che il provvedimento venga rivisto.
La mia, come quella di tanti altri amici di Israele, è una posizione chiara e netta, di un conservatore liberale che crede nei principi garantisti, sempre e comunque.
Al contempo, però, noto su questo tema un livello di ipocrisia incredibile, come del resto avviene ogni volta che si parla di Israele. E così arriva, puntuale, l’indignazione di coloro che, dopo aver passato anni a lanciare strali contro lo Stato degli Ebrei, dopo aver vomitato tutto il loro odio antisemita travestito da antisionismo, dopo aver preso le parti di Hamas e degli ayatollah, pretendono oggi di “testare” la democrazia israeliana utilizzando questa legge come metro. Si scandalizzano, scendono in piazza, promuovono raccolte di firme, chiedono sanzioni. Un’indignazione tanto inutile quanto faziosa.
La verità è che a costoro dello stato della democrazia in Israele non importa proprio nulla. Non è mai importato: per loro Israele rimane uno Stato genocida, di apartheid e razzista. A prescindere. E ancor meno importa della legge sulla pena capitale. È solo un grimaldello per screditare Israele. Anzi: si appropriano di una nobile battaglia, che ha radici profonde nel pensiero liberale, per trasformarla in un pretesto per la solita intemerata anti-israeliana.
La battaglia contro la pena di morte richiede una coerenza che non appartiene a questi soggetti. Altrimenti si dedicherebbero con altrettanta tenacia a esprimere riprovazione per le esecuzioni di massa che, ogni giorno, si consumano in Iran, Cina, Russia e altri Stati canaglia contro dissidenti politici o contro donne colpevoli solo di aver mostrato il volto senza velo. E invece tacciono, fingono di non vedere o, peggio ancora, strizzano l’occhio a quei regimi.
Il doppio standard è nei fatti. Israele si adopera per garantire la sicurezza di un alto prelato cattolico dalla minaccia dei missili iraniani? E tirano fuori la storia — diventata una barzelletta nell’arco di poche ore — della violazione della libertà religiosa.
Israele si è stancato di ricevere missili e, dopo Hamas, osa difendersi anche da Hezbollah? Subito parlano di nuovo genocidio.
Israele, insieme all’alleato americano (e al netto delle uscite discutibili del Presidente USA, di cui faremmo volentieri a meno), conduce una guerra essenziale per la sua esistenza ma anche per la sicurezza del mondo intero, contro la teocrazia terroristica iraniana? Non un grazie per quel “lavoro sporco” fatto anche per noi europei, ma giù duri al grido di guerrafondai colonizzatori.
E allora, che ci risparmino la sceneggiata e la smettano di fingere che il loro giudizio su Israele dipenda dalla legge sulla pena di morte. Il giudizio, animato dal più profondo antisemitismo, lo hanno già espresso e non cambierà, nemmeno se la Corte Suprema israeliana dovesse dichiarare quella legge illegittima.
Ma soprattutto non impartiscano lezioni: Israele è una democrazia, che non sarà perfetta e avrà i suoi limiti (la legge sulla pena di morte, se rimarrà, è a mio avviso uno di questi), ma non ha certo bisogno di insegnamenti da finti custodi della morale pubblica, che non considerano la drammatica realtà in cui vivono 10 milioni di persone e che non sanno distinguere la libertà dall’oppressione, la democrazia dalla tirannia.
Israele, la pena capitale e l’ipocrisia di chi giudica