Le notizie arrivano dai media israeliani e descrivono un livello di attenzione particolarmente elevato nei vertici della difesa. In queste ore le Forze di Difesa Israeliane stanno monitorando con estrema cautela l’evoluzione delle proteste in Iran, valutando la possibilità che il regime degli ayatollah scelga la strada della tensione esterna per contenere una crisi interna che appare più profonda e più diffusa del previsto.
Secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, le manifestazioni scoppiate tra il 28 e il 29 dicembre si sono estese rapidamente a decine di città, comprese Teheran e Isfahan. Al centro delle proteste c’è una crisi economica che ha raggiunto livelli difficilmente occultabili: crollo del rial, inflazione fuori controllo, carenza idrica, impoverimento accelerato di ampi strati della popolazione. In pochi giorni, tuttavia, la rabbia sociale ha cambiato bersaglio. Gli slogan si sono spostati dall’economia al potere, prendendo di mira direttamente il regime con grida come “Morte al dittatore” e accuse esplicite al governo per il trasferimento di fondi a Hamas e Hezbollah mentre i cittadini iraniani scivolano sotto la soglia di sopravvivenza.
Sempre secondo fonti aperte citate dai media israeliani, la repressione delle forze di sicurezza avrebbe causato tra i due e i sei morti. Teheran starebbe tentando una gestione mista della crisi con un dialogo limitato, l’uso calibrato della forza e il controllo occhiuto sull’informazione. Ma a Gerusalemme il quadro viene letto in modo più inquieto e inquietante. La storia recente insegna che il regime iraniano, quando si sente accerchiato internamente, tende a spostare il baricentro del conflitto all’esterno.
È in questo contesto che va letta la visita del ministro della Difesa Israel Katz, del capo di Stato Maggiore Eyal Zamir e del capo dell’Intelligence militare Shlomi Binder a una delle unità operative della Direzione dell’Intelligence. Il che rappresenta un segnale politico e operativo insieme. Non quindi una passerella, ma una valutazione sul campo degli scenari possibili, con l’Iran indicato apertamente come il dossier prioritario.
Negli ambienti della sicurezza israeliana circola il timore di un attacco a sorpresa, condotto con missili balistici o velivoli a pilotaggio remoto, come mossa diversiva rispetto alla pressione interna. Secondo le stesse fonti, Teheran avrebbe ricostruito in tempi rapidi parte del proprio arsenale missilistico dopo i colpi subiti nei mesi scorsi e starebbe testando nuovi sistemi di lancio e nuovi vettori. Un’attività che, in questa fase, viene letta come qualcosa di più di una routine militare.
Israele, fanno sapere le stesse fonti, non intende correre rischi. Il livello di allerta è stato innalzato e la preparazione riguarda una gamma ampia di scenari, compresa l’ipotesi di un’azione coordinata attraverso più fronti. In questo quadro rientrano anche i contatti e lo scambio di messaggi con altri attori sulla scena regionale, ugualmente preoccupati che l’Iran possa scegliere l’escalation come via d’uscita da una crisi di legittimità interna.
C’è poi un ulteriore elemento che pesa nelle valutazioni israeliane: l’asse delle relazioni nel vasto perimetro mediorientale. I media israeliani sottolineano come a Gerusalemme venga osservato con attenzione anche il rapporto tra Iran e Turchia, soprattutto in relazione al futuro della Siria e agli equilibri del Medio Oriente. Un’attenzione resa ancora più acuta dalla posizione sempre più radicale assunta da Ankara nei confronti di Israele, nonostante i rapporti personali tra Recep Tayyip Erdogan e il presidente americano Donald Trump.
A completare il quadro, resta il dossier nucleare. L’allarme lanciato pubblicamente dal capo del Mossad David Barnea viene ripreso e rilanciato dalla stampa israeliana: i danni inflitti al progetto nucleare iraniano sono seri, ma non definitivi. L’idea di dotarsi di un’arma atomica non è scomparsa, e impedirlo resta una priorità strategica non negoziabile.
Il punto, per Israele, è che le proteste in Iran non rappresentano solo un fatto interno al regime ma sono una variabile di sicurezza regionale. Se Teheran sceglierà di trasformare la crisi economica e sociale in una crisi militare esterna, lo farà anche per ricompattare il fronte interno e spostare l’attenzione, ed è questo lo scenario che l’IDF sta cercando di anticipare.
La linea che emerge dai media israeliani è chiara: non vi è alcun allarmismo pubblico ma nemmeno si sottovaluta ciò che sta accadendo. In una fase in cui l’Iran appare più fragile, ma anche più imprevedibile, l’attenzione diventa una forma di deterrenza. E la preparazione, l’unica risposta possibile a un regime che, come quando una bestia feroce si sente in serio pericolo, tende ad aggredire.
Israele in allerta mentre l’Iran ribolle
Israele in allerta mentre l’Iran ribolle

