Per anni il mare è rimasto ai margini del pensiero strategico israeliano, percepito come uno spazio relativamente sicuro, affidato alla superiorità tecnologica e, soprattutto, alla protezione indiretta garantita dagli Stati Uniti. Oggi quel presupposto non regge più. Un nuovo rapporto dell’Istituto per la politica e la strategia marittime lancia un avvertimento netto: dopo il 7 ottobre, Israele si trova esposto su un fronte che non può più permettersi di considerare secondario, mentre la competizione nel Mediterraneo orientale e nel Mar Rosso si fa più aspra e meno prevedibile.
Il documento parte da una constatazione che pesa come un atto d’accusa. Durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre, la marina israeliana non è riuscita a impedire l’infiltrazione via mare dei commando sulla spiaggia di Zikim, un fallimento operativo che ha avuto conseguenze dirette sulla sicurezza dei civili. Non si tratta di un episodio isolato, ma del sintomo di una fragilità più ampia, emersa con forza nei mesi successivi, quando il blocco imposto dagli Houthi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden ha di fatto paralizzato il porto di Eilat, mettendo in luce una dipendenza quasi totale dalle rotte marittime per il commercio estero.
Il dato è noto ma spesso sottovalutato: circa il 99 per cento delle merci israeliane viaggia via mare. Quando quelle rotte vengono interrotte, l’impatto non è solo economico, ma strategico. Il rapporto sottolinea come, in questa fase, la marina statunitense abbia ridotto il proprio ruolo di garante della libertà di navigazione nell’area, lasciando Israele più esposto di quanto fosse abituato. Una realtà che costringe Gerusalemme a interrogarsi sulla sostenibilità di una dipendenza quasi esclusiva da Washington in un sistema internazionale sempre più multipolare.
Un altro punto critico riguarda la preparazione civile. Israele non dispone di piani strutturati per garantire la continuità del traffico marittimo in situazioni di emergenza, né di strategie chiare per il rimpatrio su larga scala dei propri cittadini dall’estero. In uno scenario di crisi prolungata, questa lacuna rischia di trasformarsi in un fattore di instabilità interna, aggravando la pressione su un sistema già sotto stress.
Il rapporto richiama poi l’attenzione su un ambito ancora più delicato, quello delle infrastrutture sottomarine. Piattaforme di estrazione del gas, cavi di comunicazione ed elettrici rappresentano oggi obiettivi strategici di primaria importanza, ma Israele non disporrebbe di capacità adeguate per individuare e neutralizzare minacce sotto la superficie. Anche le corvette Sa’ar 6, pensate per proteggere gli impianti energetici, non sarebbero pienamente attrezzate per la guerra subacquea. Da qui la raccomandazione di investire rapidamente in sistemi non abitati, di superficie e sottomarini, integrati con le piattaforme tradizionali in un modello che unisca controllo umano e autonomia tecnologica.
Sul piano geopolitico, il quadro si complica ulteriormente con l’ascesa marittima della Turchia. Ankara è indicata come uno degli attori più assertivi nello spazio mediterraneo, capace di esercitare pressioni dirette e indirette sulle rotte commerciali israeliane. Il rapporto suggerisce di rafforzare i meccanismi di prevenzione degli incidenti, coinvolgendo Stati Uniti e Nato, e di intensificare la cooperazione con Grecia e Cipro, partner chiave in un’area sempre più contesa.
Accanto alle minacce, emerge anche una finestra di opportunità. Lo sviluppo dell’economia blu e il corridoio economico India-Medio Oriente-Europa vengono indicati come alternative strategiche alle rotte più esposte. In questo contesto, i porti di Haifa e Ashdod potrebbero diventare snodi fondamentali verso l’Europa, a patto che Israele si assicuri un’integrazione formale e una visione di lungo periodo.
La conclusione del rapporto è chiara e priva di attenuanti. Israele deve ridefinire i propri interessi marittimi e dotarsi di una strategia complessiva che includa una governance dedicata alla protezione delle infrastrutture critiche e un rafforzamento delle capacità logistiche, anche sul fronte aeroportuale. In un Medio Oriente sempre più instabile, il mare non è più uno sfondo, ma un fronte vero e proprio. Continuare a ignorarlo significherebbe esporsi a rischi che il Paese non può permettersi.
Israele, il fronte del porto tra vulnerabilità e nuove pressioni regionali

