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Israele e Siria, la diplomazia accelera sul confine

Sotto la spinta di Washington ripartono i negoziati sulla sicurezza.

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Israele e Siria, la diplomazia accelera sul confine

Israele e Siria tornano a parlarsi sul serio, sotto pressione e con un’accelerazione che fa capire quanto la questione sia cruciale per entrambi i Paesi. Al termine del quinto round di negoziati tenutosi a Parigi, le due parti hanno concordato di intensificare i colloqui e di adottare misure concrete di rafforzamento della fiducia lungo il confine. Non si può parlare di una svolta storica ma certamente di un cambio di passo netto dopo mesi di stallo e diffidenze reciproche.

Il punto centrale resta ovviamente quello della sicurezza. Non un trattato di pace, non una normalizzazione formale, ma un accordo che miri a stabilizzare il fronte settentrionale, ridurre il rischio di incidenti e mettere un argine al caos che da anni caratterizza il sud della Siria. Per Israele, significa cercare una cintura di contenimento contro milizie ostili, gruppi jihadisti residuali e interferenze iraniane. Per la Siria, significa tentare di recuperare una parvenza di sovranità e credibilità internazionale dopo il collasso del vecchio potere di Assad.

A spingere con decisione sull’acceleratore sono gli Stati Uniti. L’amministrazione di Donald Trump considera questo dossier un tassello strategico della propria visione regionale: meno conflitti aperti, più accordi pragmatici, sia pure imperfetti ma funzionali alla stabilità. Washington ha fatto sapere senza troppi giri di parole che il tempo delle esitazioni è finito. E i negoziati di Parigi sono ripartiti proprio dopo un faccia a faccia tra Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, segno che la pressione americana non è solo fatta di parole, o che comunque le parole dette non erano certo fatte di convenevoli.

I colloqui si erano arenati due mesi fa, schiacciati da divergenze sostanziali e da un vuoto politico nella delegazione israeliana dopo l’uscita di scena di Ron Dermer, uomo chiave e fidatissimo di Netanyahu. Ora il tavolo si è rimesso in moto, con un formato più operativo. Sono previsti incontri più frequenti e poche dichiarazioni pubbliche, un approccio cioè che punta a risultati minimi ma verificabili, come la smilitarizzazione di alcune aree sensibili e meccanismi di coordinamento per evitare escalation improvvise.

Le delegazioni riflettono questa impostazione prudente ma determinata. Da un lato, diplomatici e funzionari della sicurezza israeliani; dall’altro, esponenti del nuovo corso siriano, consapevoli che ogni concessione verrà letta nel proprio Paese come un rischio politico. In mezzo, gli emissari americani, non nella veste di semplici mediatori ma come veri e propri garanti di un processo che Washington vuole rapido e irreversibile.

Resta da capire quanto margine reale ci sia per un accordo duraturo. La sfiducia è antica e profonda, il confine resta uno dei più instabili della regione e l’ombra di attori esterni pronti a sabotare qualsiasi intesa non si è mai dissolta. C’è però un dato politico chiaro: Israele e Siria hanno deciso di parlare, e di farlo con urgenza. In Medio Oriente, dove l’immobilismo spesso è la regola, anche questo conta.


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