Dalla data della fondazione dello Stato di Israele ad opera di David Ben-Gurion (14 maggio 1948) sino al ritorno a Teheran dal suo esilio in Francia dell’ayatollah Ruhollah Khomeini nel febbraio del 1979, le relazioni tra Israele e l’Iran sono state caratterizzate da una cooperazione sfaccettata (prevalentemente segreta e spesso negata), vista però dai rispettivi governi come altamente fruttuosa per i propri interessi nazionali.
Per quanto riguarda Israele, il motivo principale della cooperazione con Teheran risiedeva nella cosid-detta “dottrina della periferia”, formulata da Ben-Gurion, mirante a bypassare il desiderio intramontabile del mondo arabo di distruggere Israele tramite una stretta collaborazione con i principali attori politici non arabi del Medio Oriente (turchi, berberi, etiopi, curdi, cristiani). In quest’ottica, l’Iran governato dallo Shah Mohammad Reza Pahlavi occupava uno spazio privilegiato, alla luce dei molteplici interessi geopolitici che condivideva con Gerusalemme. Interessi che si sviluppavano principalmente intorno ad alcuni punti chiave, come la comune ostilità al panarabismo promosso, dalla metà degli anni Cinquanta sino alla fine degli anni Sessanta, dal presidente egiziano Gamal Abdel Nasser e la comune paura che l’Unione Sovietica usasse il suo arsenale militare ed economico, volto a supportare gli Stati arabi in guerra con Israele, come strumento per diffondere e promuovere la penetrazione di Mosca attraverso l’intero Medio Oriente.
La cooperazione tra Israele e l’Iran venne dunque cementata sulla base dei vantaggi comuni che i due Paesi avrebbero tratto da essa. Queste considerazioni geopolitiche erano esemplificate dal bisogno di Israele di attingere a fonti di energia e dalla corrispettiva esigenza iraniana di espandere la propria pro-duzione petrolifera. Oggetto del boicottaggio economico arabo, Israele aveva l’esigenza pressante di trovare fonti energetiche alternative in grado di soddisfare le necessità della sua popolazione in rapida espansione. In questa ottica, l’Iran divenne il suo principale fornitore di petrolio. Le relazioni tra Teheran e Gerusalemme vennero stabilite ufficialmente nel 1956, nell’ambito della cosiddetta alleanza trilaterale comprendente Israele, l’Iran e la Turchia. Le relazioni economiche israelo-iraniane raggiunsero l’apice alla vigilia della guerra dei Sei Giorni, quando Israele convinse l’Iran a stabilire congiuntamente la linea petrolifera Eilat-Ashkelon, che metteva in comunicazione il Mar Rosso con il Mediterraneo, facilitando in tal modo tanto le esportazioni petrolifere iraniane verso Israele quanto l’accesso iraniano al mercato petrolifero europeo. Come risultato finale di questa iniziativa congiunta israelo-iraniana, le esportazioni petrolifere iraniane crebbero rapidamente e con esse anche i profitti e i guadagni destinati allo Stato.
In ogni caso, la cooperazione e i benefici per entrambi i Paesi non erano limitati esclusivamente al settore economico, ma abbracciavano una gamma assai più ampia di situazioni. Già all’indomani della guerra d’Indipendenza di Israele nel 1948, l’Iran permetteva il transito attraverso il proprio territorio degli ebrei iracheni che volevano raggiungere Israele. Tra gli anni Sessanta e Settanta, Teheran permise a Israele di usare il proprio territorio per fornire assistenza militare alla resistenza curda localizzata nell’Iraq settentrionale, una mossa che conteneva un duplice scopo per lo Shah: indebolire il regime baathista di Baghdad e riaffermare il predominio iraniano sul Golfo Persico. Lo Shah vedeva anche nell’alleanza con Israele l’occasione per modernizzare il Paese, facendolo uscire da una condizione arcaica di semi-sviluppo.
In quest’ottica furono incoraggiate le missioni in Iran di consulenti e istruttori israeliani in numerosi ambiti: da quello della sicurezza militare al settore ingegneristico e delle costruzioni, sino alla cooperazione agricola e alla gestione razionale dello sfruttamento delle risorse idriche. Durante tutti gli anni Sessanta e Settanta numerose scuole di ebraico furono aperte a Teheran per i figli degli israeliani residenti in Iran, mentre voli regolari collegavano Teheran a Tel Aviv.
Questa realtà terminò repentinamente nel febbraio del 1979 con la Rivoluzione iraniana e la nascita della Repubblica Islamica. Guidata direttamente da Khomeini e ispirata alla dottrina del velayat-e faqih (il governo dei giureconsulti), con il nuovo regime l’antisemitismo e l’antisionismo divennero parte integrante e fondamentale dell’ideologia politica del Paese. I due termini sono a tal punto convergenti tra loro da rendere probabilmente il regime islamico iraniano uno dei più antisemiti al mondo.
Già a partire dagli anni Sessanta Khomeini aveva utilizzato i legami tra Israele e l’Iran per delegittimare lo Shah, accusandolo di svendere gli interessi del Paese a Israele. In base all’ideologia di Khomeini, le relazioni tra Teheran e Gerusalemme violavano i principi dell’Islam, oltre a mettere in pericolo l’integrità e l’indipendenza del Paese. Nella concezione teologico-esistenziale khomeinista delle relazioni internazionali, mentre gli Stati Uniti erano il “Grande Satana” perché costituivano la minaccia principale al carattere islamico del Paese e alla sua indipendenza, Israele era il “Piccolo Satana”, occupatore illegale di terre islamiche e oppressore dei musulmani palestinesi, nonché dotato di una grande influenza sugli interessi americani in Medio Oriente.
Il nuovo regime islamico iraniano, impegnato sin dall’inizio della sua esistenza in una guerra sanguinosa contro l’Iraq (1980–1988), non avrebbe tardato molto a passare dalle parole ai fatti contro Israele. In seguito all’invasione israeliana del Libano nel giugno 1982, mirante alla distruzione delle basi dell’OLP nel Paese dei Cedri (inizialmente ben accolta dalla popolazione sciita libanese), l’Iran prese progressivamente il controllo della popolazione sciita libanese attraverso la creazione di una propria organizzazione politico-militare chiamata Hezbollah (“il partito di Dio”), che ben presto divenne il principale ostacolo militare alla permanenza israeliana nel Libano meridionale.
Dopo il ritiro israeliano dal Libano meridionale nel maggio del 2000, Hezbollah divenne di fatto la principale minaccia alla sicurezza del nord di Israele, come ben evidenziato dai combattimenti dell’estate 2006 (la cosiddetta Seconda guerra del Libano) e da quelli più recenti dell’estate 2024. Dal 2006 sino a oggi Hezbollah ha potuto costituire un vastissimo arsenale di razzi e missili capace di colpire praticamente ogni zona di Israele, solo parzialmente distrutto dall’IDF nel 2024. Nel frattempo il movimento ha preso gradualmente il pieno controllo politico ed economico del Libano grazie soprattutto al massiccio supporto finanziario e politico dell’Iran islamista e post-khomeinista.
Agli inizi degli anni Novanta, il regime islamico iraniano sotto la guida del successore di Khomeini, l’ayatollah Ali Khamenei, non solo si era ripreso dalle conseguenze della guerra contro l’Iraq, ma si rivelò ben presto il principale beneficiario di due eventi epocali in grado di rimuovere gli ostacoli principali alle sue ambizioni egemoniche nell’area mediorientale: la disintegrazione dell’Unione Sovietica con il suo costante supporto ai regimi arabi radicali (1991), da un lato, e la fine del regime dispotico di Saddam Hussein in Iraq (2003), dall’altro.
Come risultato di questi rivolgimenti epocali, il regime iraniano rinnovò la sua corsa all’egemonia regionale attraverso una lunga e sanguinosa serie di attività sovversive nei Paesi sunniti, nonché attraverso il supporto diretto a una molteplicità di organizzazioni terroristiche regionali, Hamas e la Jihad islamica palestinese in primis. È proprio su questo terreno, oltre che su quello del nucleare, che Iran e Israele sarebbero entrati inesorabilmente in rotta di collisione.
Mentre agli inizi il regime islamista iraniano aveva dimostrato poco interesse nel riprendere il programma nucleare promosso dallo Shah negli anni Cinquanta con il supporto degli Stati Uniti (il cosiddetto programma Atoms for Peace), la guerra sanguinosa combattuta contro l’Iraq promosse un ripensamento in seno ai vertici politici di Teheran. Dagli inizi degli anni Novanta del XX secolo l’arma nucleare cominciò a essere vista dal regime di Khamenei come un obiettivo strategico di fondamentale importanza per la realizzazione delle sue ambizioni egemoniche nella regione mediorientale. Gerusalemme, dal canto suo, iniziava a guardare a questa prospettiva come a una minaccia esistenziale per Israele.
Agli inizi del secondo decennio del XXI secolo il programma nucleare iraniano non allarmava solo I-sraele ma il mondo intero. Alla fine del 2011 il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che sin dagli inizi del suo mandato si era mostrato incline al dialogo con la Repubblica Islamica, venne costretto dal Congresso ad approvare un durissimo pacchetto di sanzioni economiche contro l’Iran, su cui pendeva la spada di Damocle di un’incursione aerea israeliana volta a fermare il programma nucleare.
Anche l’Unione Europea si unì a queste sanzioni. Il 24 novembre 2013 veniva firmato un Piano d’Azione Congiunto (Joint Comprehensive Plan of Action, JCPOA) tra Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna, Cina e Russia, in base al quale Teheran acconsentiva a congelare il suo programma nucleare per un periodo di sei mesi in cambio di un alleggerimento delle sanzioni per un valore di 7 miliardi di dollari. A questo patto, che sostanzialmente lasciava intatta la capacità nucleare iraniana alleggerendo le sanzioni, fece seguito un nuovo JCPOA siglato il 14 luglio 2015 che, nonostante il fiero discorso di opposizione pronunciato davanti al Congresso degli Stati Uniti dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, presentava al suo interno numerose lacune nel sistema di controllo del programma nucleare iraniano, oltre a ignorare completamente la minaccia costituita dal programma missilistico portato avanti in contemporanea dal regime islamista.
Gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dal JCPOA l’8 maggio 2018 durante la prima amministrazione di Donald Trump, che avrebbe anche reintrodotto le sanzioni tolte dall’amministrazione Obama. Questa decisione fu rafforzata dalla rivelazione in diretta televisiva da parte di Netanyahu, il 30 aprile dello stesso anno, del contenuto documentale del programma nucleare iraniano che gli agenti operativi del Mossad avevano trafugato da Teheran e portato in Israele agli inizi del 2018.
Da allora in poi i rapporti conflittuali tra Gerusalemme e Teheran subirono una drammatica accelera-zione. Il democratico Joe Biden, subentrato a Trump nel 2020, alleggerì nuovamente le sanzioni contro Teheran, mentre il governo israeliano accelerò ulteriormente i piani per un possibile attacco al programma nucleare iraniano.
Il massacro del 7 ottobre 2023, compiuto da gruppi palestinesi collegati a Teheran come Hamas e la Jihad islamica, con il successivo coinvolgimento di gruppi legati organicamente al regime iraniano come Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen, rese sempre più probabile un confronto diretto israelo-iraniano. Dopo un primo ciclo di scontri tra la primavera e l’autunno del 2024, il conflitto culminò nei dodici giorni dell’operazione “Rising Lion” nel giugno 2025, durante la quale, con il sostegno militare americano (la seconda amministrazione Trump si era insediata nel gennaio 2025), Israele colpì in maniera significativa il programma nucleare iraniano.
Rimangono tuttavia largamente intatti i gruppi armati finanziati e addestrati direttamente da Teheran, come Hezbollah e gli Houthi, nonché il programma missilistico, che rappresenta l’unica arma con la quale l’Iran può attualmente colpire Israele.
Durante l’autunno del 2025 il malcontento della popolazione iraniana verso il regime si acuisce sensi-bilmente sino a sfociare, nel gennaio del 2026, in larghissime manifestazioni di massa che vengono crudelmente represse su ordine esplicito di Khamenei, interprete intransigente delle istanze più conservatrici del regime.
Il 28 febbraio 2026, con un’audace incursione aerea israeliana nel centro di Teheran che decapita l’ayatollah Khamenei insieme ad altri tredici comandanti e funzionari dell’esercito, dei Guardiani della Rivoluzione e della nomenclatura religiosa, ha inizio l’operazione militare congiunta israelo-americana “Ruggito del leone” e con essa un nuovo capitolo della storia tra Israele e Iran.
Qualunque sia l’esito delle ostilità in corso, il controllo totale del potere da parte della teocrazia religiosa iraniana difficilmente potrà essere restaurato nella sua forma precedente, soprattutto dal momento che i due pilastri principali della sua strategia – il programma nucleare e quello missilistico – sono stati colpiti in maniera significativa.
Ora che Israele e gli Stati Uniti hanno posto fuori gioco alcuni tra i più minacciosi leader iraniani, sa-rebbe opportuno “alzare l’asticella” per definire quale forma dovranno assumere i negoziati sul futuro del Paese. Qualsiasi intesa diplomatica con i successori dell’attuale regime o con una sua componente relativamente moderata dovrà inevitabilmente contemplare una visione chiara per un reale, duraturo ed effettivo cambiamento in Iran.
Sino ad ora le operazioni militari congiunte tra Washington e Gerusalemme hanno colpito in maniera efficace le minacce militari più gravi poste dall’Iran, vale a dire il suo programma nucleare e quello missilistico. Da un certo punto in avanti, però, la priorità dovrà necessariamente spostarsi sull’obiettivo di aiutare la popolazione iraniana a costruire liberamente il futuro che desidera e che si merita.
Solo a partire da questa premessa la relazione tra Israele e Iran potrà cessare di essere un ricordo del passato offuscato dalla paura e trasformarsi in una solida garanzia di un futuro migliore per entrambe le nazioni.
Israele e Iran nella storia contemporanea