A volte bisogna dire le cose in modo semplice, quasi brutale, per restare fedeli alla realtà del mondo. Una parte decisiva del futuro della Francia e delle democrazie si gioca in Israele e in Medio Oriente.
Il nostro futuro, quello dell’Europa, si gioca in Ucraina, certo. Ma si gioca anche in Israele. Chi si rifiuta di vederlo commette un grave errore strategico. I nostri interessi, la nostra sicurezza, il nostro modello democratico vi sono direttamente coinvolti. Se Israele cade, cadiamo anche noi. Se Israele vince, vinciamo anche noi.
Dal 7 ottobre 2023, la Francia e l’Europa hanno sottovalutato la portata del rovesciamento in atto nel Vicino e Medio Oriente. Hanno esitato, continuando a utilizzare un linguaggio diplomatico ereditato da un mondo che non esiste più. Per il desiderio di parlare con tutti, abbiamo talvolta perso ogni capacità di influenza. Per esempio, nel tentativo costante di non urtare Hezbollah, minaccia mortale per il Libano, per Israele e per l’Europa, la Francia pesa oggi meno nel Paese dei Cedri. Eppure il suo ruolo potrebbe essere essenziale per aiutarlo a ritrovare la propria sovranità.
Nel frattempo, Israele affronta una guerra su cinque fronti: Gaza, Libano, Siria, Yemen, Iran. Eppure, nonostante lo shock del 7 ottobre, Israele ha ottenuto vittorie importanti, militari e strategiche, che stanno già influenzando la ricomposizione della regione. Questi successi riguardano l’insieme delle democrazie.
La prima delle nostre priorità deve essere chiara: la caduta dell’islam radicale, in tutte le sue forme. La battaglia condotta da Israele non è una battaglia locale ma globale contro il jihadismo sunnita di Hamas e dei Fratelli Musulmani, così come contro l’islamismo sciita incarnato dal regime totalitario dei mullah che massacra il proprio popolo. L’Iran è il cuore ideologico e operativo del caos regionale: arma, finanzia, organizza Hamas, Hezbollah, gli Houthi. Sostiene Putin nella sua guerra contro l’Ucraina e continua a cercare di dotarsi dell’arma atomica. Se vogliamo un Medio Oriente stabile e un mondo più sicuro, allora l’indebolimento – e, nel lungo periodo, la caduta – del regime iraniano deve essere una priorità strategica. È difficile, complesso, rischioso. Né la Russia né la Cina resteranno inerti. Ma l’attuale indebolimento del regime dei mullah è anche la conseguenza diretta della guerra condotta da Israele e dagli Stati Uniti. La sua caduta rappresenterebbe un colpo fatale inferto all’islamismo.
La seconda priorità è l’alleanza strategica tra Israele e il mondo sunnita moderato attraverso lo sviluppo degli Accordi di Abramo. Questi accordi costituiscono la vera rivoluzione geopolitica del Medio Oriente contemporaneo. L’Europa non ha svolto il proprio ruolo. Avrebbe dovuto essere un sostegno fondamentale di questa dinamica. La Francia, che intrattiene eccellenti relazioni con gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, deve utilizzarle per costruire questo nuovo Medio Oriente, ridurre le tensioni con Israele ed essere lucida sulle ambizioni della Turchia. I nostri interessi nazionali nella lotta contro i Fratelli Musulmani e l’islamismo passano attraverso questa alleanza. E’ anche necessario essere esigenti nei confronti del Qatar, il cui doppio gioco non sfugge a nessuno. Infine, non dimentichiamo coloro che, nella regione, invocano l’unione delle democrazie contro il jihadismo: i curdi, che hanno combattuto per noi contro lo Stato islamico, e i drusi in Siria, oggi vittime di violenze e massacri insopportabili. Non possiamo abbandonarli.
La terza priorità è il futuro di Gaza. Gli aiuti umanitari sono aumentati in modo significativo e, dal cessate il fuoco, riescono molto meglio a raggiungere i destinatari, impedendo al contempo che Hamas li dirotti, anche se la situazione resta critica. Attraverso l’attuazione del piano Trump, una ricostruzione esemplare è possibile a condizione che si basi su una reale smilitarizzazione di Hamas, sulla distruzione dei tunnel, su un rafforzamento duraturo della sicurezza, sul ricollocamento delle popolazioni sfollate, sul ripristino delle infrastrutture vitali, su un’educazione priva di odio e su una ricostruzione economica capace di creare posti di lavoro per i palestinesi. Il coinvolgimento dei Paesi arabi – Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto, Giordania – con il sostegno dell’Europa, è essenziale.
Il punto critico resta l’assenza di un interlocutore palestinese e dunque di un’autorità politica locale credibile. Se oggi si tenessero delle elezioni, Hamas probabilmente le vincerebbe. Il gruppo terroristico non può essere un’opzione. Ma è ovviamente necessario trovare soluzioni per i palestinesi. È per questo che voler iniziare con il riconoscimento di uno Stato palestinese, senza porsi la questione essenziale – con chi? – equivale a bloccare l’intero sistema. Inverto dunque le priorità. Un’inversione delicata, perché la diplomazia francese ed europea si è costruita sul linguaggio dei “due Stati, sicurezza per Israele, uno Stato palestinese vitale, una capitale unica Gerusalemme…” e la cosa viene ripetuta per mancanza di immaginazione. Il modo di ricostruire Gaza, di una difficoltà inaudita, potrebbe forse finalmente farci uscire da questo vicolo cieco nel quale ci infiliamo e nel quale ci conduce il riconoscimento unilaterale e incondizionato dello Stato di Palestina. Se i Paesi arabi riconoscessero Israele come elemento centrale dell’equilibrio regionale, la natura stessa della questione palestinese cambierebbe profondamente. La rigenerazione dell’Autorità Palestinese è l’altra condizione per consentire una vera negoziazione diretta tra le due parti su tutte le questioni – di sicurezza, territoriali, economiche – in Cisgiordania e a Gaza, e che imponga finalmente la pace.
Siamo a un momento di verità. La storia non ci chiederà se le nostre parole erano equilibrate. Ci chiederà se abbiamo visto giusto e compreso che il combattimento di Israele era centrale, che ciò che si gioca in Medio Oriente condiziona la nostra sicurezza, la coesione delle nostre società, il futuro stesso delle nostre democrazie. La Francia e l’Europa devono scegliere la lucidità, anche quando disturba. Perché questo mondo non perdona più le cecità.
Israele e il Medio Oriente, linea del fronte del nostro destino democratico
Israele e il Medio Oriente, linea del fronte del nostro destino democratico

