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Israele, curare le ferite

Dopo il 7 ottobre e due anni di guerra, il sistema pubblico della salute mentale fatica a reggere l’urto mentre centinaia di organizzazioni civili cercano di colmare il vuoto

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 5 min
Israele, curare le ferite

Due anni e mezzo di conflitti continui hanno lasciato nella società israeliana una traccia che non si misura soltanto nei numeri dei morti e dei feriti, ma anche nella profondità delle ferite invisibili che attraversano famiglie, comunità e luoghi di lavoro. L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, con circa milleduecento persone uccise e 251 rapite, ha segnato l’inizio di una stagione di guerra quasi ininterrotta che ha coinvolto Gaza, il Libano meridionale, il confronto diretto con l’Iran e una serie di attacchi missilistici provenienti anche dallo Yemen. In questo contesto la società israeliana si trova ad affrontare una domanda crescente di sostegno psicologico mentre il sistema pubblico di salute mentale fatica a tenere il passo.

Un rapporto del Controllore di Stato pubblicato nel febbraio 2025 ha descritto con parole molto dure ciò che è accaduto nei primi giorni dopo l’attacco di Hamas. Il sistema di assistenza psicologica, già fragile prima della guerra, ha subito un collasso operativo proprio nel momento in cui la richiesta di aiuto cresceva in modo improvviso. Da allora il governo ha aperto quattordici nuove cliniche per il trattamento dei traumi accanto agli ospedali psichiatrici, ma questa espansione non è riuscita a compensare il ritardo accumulato negli anni precedenti.

Le cifre aiutano a comprendere la portata del problema. Più di novecento soldati israeliani sono morti dall’inizio della guerra e oltre ventiduemila militari sono passati attraverso programmi di riabilitazione dopo essere stati feriti. Secondo il ministero della Difesa, circa il 58 per cento di questi casi riguarda disturbi post traumatici o altre condizioni psicologiche legate allo stress da combattimento. Ogni mese arrivano circa millecinquecento richieste di riconoscimento di problemi mentali da parte di veterani. Alla pressione sui militari si aggiunge quella vissuta dalla popolazione civile. Tra duecentomila e duecentocinquantamila israeliani hanno dovuto lasciare temporaneamente le proprie case nelle aree di confine con Gaza e con il Libano, mentre lunghi periodi di servizio nella riserva hanno messo a dura prova famiglie e attività economiche.

Le stime sulle dimensioni future della crisi psicologica variano enormemente, segno che nessuno possiede ancora un quadro completo. Il Taub Center parla di almeno trecentomila persone che potrebbero avere bisogno di cure, mentre il Controllore di Stato ha evocato un numero che arriva fino a tre milioni di cittadini. Il Ministero della Salute mantiene una previsione più prudente che oscilla tra ottantamila e mezzo milione di pazienti. Uno studio dell’Università di Haifa ha inoltre rilevato che circa il sessanta per cento degli israeliani non colpiti direttamente dalla guerra ha sviluppato una forma severa di stress acuto, condizione che aumenta il rischio di disturbi post traumatici nel lungo periodo.

Il problema riguarda anche le risorse. L’analisi del bilancio statale per il 2025 mostra che la spesa per la salute mentale è cresciuta del diciassette per cento ma continua a rappresentare appena il 4,5 per cento dell’intero budget sanitario nazionale, una quota molto inferiore agli standard dell’OCSE che oscillano tra l’otto e il dieci per cento. L’organizzazione ICAR, Israel’s Collective Action for Resilience, stima che ogni anno manchino tra tre e quattro miliardi e mezzo di shekel per coprire i bisogni reali del sistema.

In questo spazio lasciato scoperto dallo Stato si sono inserite decine di organizzazioni civili. Alcune operavano già da tempo nel campo del sostegno psicologico, come NATAL, ERAN, ENOSH o la Israel Trauma Coalition, mentre altre sono nate dopo il 7 ottobre con iniziative che spaziano dalla terapia assistita con animali alle attività sportive pensate per chi soffre di stress. Una ricerca condotta nel database Guidestar in lingua ebraica ha individuato più di cinquanta organizzazioni fondate dopo l’inizio della guerra che offrono servizi di supporto psicologico.

La proliferazione di iniziative solidali ha creato una rete di aiuti molto vasta ma anche frammentata. Molti operatori lamentano la mancanza di coordinamento e l’assenza di criteri comuni che permettano di valutare l’efficacia dei programmi. Proprio per questo ICAR ha iniziato a mappare oltre quattrocento organizzazioni attive nel settore del benessere psicologico con l’obiettivo di capire chi offre quali servizi, a quali comunità e con quali risultati. Il progetto riunisce esperti di psichiatria, salute pubblica, tecnologia sanitaria e filantropia e tenta di costruire un quadro complessivo di bisogni e risorse.

Il professor Eyal Fruchter, psichiatra ed ex responsabile della salute mentale dell’esercito israeliano, ha spiegato che durante le prime settimane di guerra si è reso conto di quanto il sistema fosse concentrato quasi esclusivamente sulla cura farmacologica dei disturbi, mentre risultavano carenti i programmi di riabilitazione sociale e di reintegrazione nelle comunità. Da questa constatazione è nata l’idea di promuovere standard condivisi e un marchio di qualità che permetta di distinguere gli interventi realmente efficaci.

Accanto a questa iniziativa opera anche il Joint Distribution Committee con la piattaforma digitale Nafshi, una biblioteca online che raccoglie centinaia di strumenti di supporto psicologico accessibili a ogni cittadino. Più di duecentomila persone hanno già utilizzato questo servizio che fornisce indicazioni pratiche su come affrontare ansia, insonnia e stress.

Il tentativo di organizzare un sistema nato in modo spontaneo riflette una consapevolezza ormai diffusa tra medici e amministratori pubblici. La crisi psicologica aperta dalla guerra non rappresenta soltanto una questione sanitaria ma tocca la produttività economica, la stabilità delle famiglie e la coesione sociale. Per molti osservatori il vero banco di prova arriverà negli anni successivi alla fine delle operazioni militari, quando gli effetti più profondi del trauma emergeranno con maggiore chiarezza e richiederanno risposte che non potranno più essere improvvisate.


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