C’è una parola che ritorna, quasi ossessiva, nelle testimonianze che filtrano dall’Iran dopo la repressione delle proteste di gennaio, ed è attesa. Attesa di un segnale, di un intervento, di qualcosa che spezzi una spirale di sangue che, secondo molti iraniani, non può essere interrotta dall’interno. Lo racconta un residente di Teheran, che si fa chiamare Ali per proteggere la propria identità, in una rara corrispondenza con il Times of Israel, descrivendo una città soffocata dal lutto e dalla paura, dove la vita quotidiana convive con l’odore della morte e con il ricordo ancora fresco di migliaia di manifestanti uccisi dalle forze del regime.
Ali ha perso il fratello durante gli scontri e parla di una violenza che non ha precedenti nemmeno per chi, come lui, aveva già attraversato le ondate di protesta del 2009, del 2017, del 2019 e del 2022. Questa volta, racconta, la repressione è stata sistematica, resa ancora più opaca dal blackout quasi totale delle comunicazioni, con internet e telefonia bloccati proprio nei giorni in cui le piazze si riempivano. Le manifestazioni, iniziate a fine dicembre come protesta economica contro il crollo del rial e il peso delle sanzioni, si sono rapidamente trasformate in una sfida politica aperta al sistema islamico nato nel 1979, trascinando decine di migliaia di persone nelle strade di tutto il Paese.
Il regime ha risposto con una brutalità che anche le stime ufficiali faticano a contenere. La guida suprema, Ali Khamenei, ha ammesso che i morti sono “diverse migliaia”, mentre fonti mediche citate dalla stampa occidentale parlano di numeri molto più alti. Ali, come molti altri, è convinto che le vittime siano nell’ordine delle decine di migliaia e descrive arresti di massa, ultimatum della polizia e una strategia deliberata di mutilazione dei manifestanti, con colpi mirati a testa e occhi per spezzarne la capacità di tornare in piazza.
In questo scenario, la convinzione che il regime non possa cadere senza un aiuto esterno si è fatta strada anche tra chi, in passato, diffidava di ogni ingerenza straniera. Secondo Ali, molti iraniani vedono ormai negli Stati Uniti e in Israele gli unici possibili “salvatori”, arrivando a sperare apertamente in un’azione militare mirata contro i vertici del potere. È una richiesta estrema, che nasce dalla sensazione di essere arrivati a un punto di non ritorno, dove ogni nuova protesta rischia solo di aggiungere nomi alla lista dei martiri.
La diaspora amplifica questa speranza. Dalle manifestazioni davanti alle ambasciate iraniane in Europa e negli Stati Uniti, fino alle voci raccolte da think tank e media internazionali, emerge l’idea che un intervento esterno, persino sul modello di altre crisi latinoamericane, possa rappresentare l’ultima carta. Al tempo stesso, non mancano dubbi e paure. Alcuni iraniani ricordano come le grandi potenze abbiano storicamente privilegiato i propri interessi rispetto al destino della popolazione, e guardano con sospetto anche all’ipotesi di un ritorno della monarchia sotto la guida di Reza Pahlavi, figlio dello shah deposto, sostenuto da una parte dell’opposizione ma lontano dalla realtà quotidiana del Paese.
Sul piano internazionale, però, l’attesa rischia di restare delusa. Washington e Gerusalemme, pur usando toni duri contro Teheran, non sembrano intenzionate a intervenire. Il presidente americano Donald Trump ha prima incoraggiato i manifestanti, lasciando intendere che un aiuto fosse imminente, per poi fare marcia indietro, alimentando un senso di tradimento tra chi aveva creduto alle sue parole. Anche Israele, guidato da Benjamin Netanyahu, continua a sostenere il diritto del popolo iraniano a liberarsi del regime, ma senza tradurre questo sostegno in minacce concrete di azione.
Intanto, in Iran, la repressione continua e le proteste sembrano essersi fermate solo in apparenza. Ali parla di una società in cui paura e rabbia convivono, e in cui l’unità contro il regime non è mai stata così forte, nonostante il silenzio imposto dalle armi e dalla censura. Il suo appello finale, rivolto a chi osserva da lontano, è semplice e terribile insieme. Domani, dice, potrebbe essere troppo tardi. Agire ora è l’unica speranza rimasta.
Iran, l’attesa del colpo che non arriva
Iran, l’attesa del colpo che non arriva

