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Iran, la strategia della saturazione contro lo scudo israeliano

Missili, droni ed esche per logorare le difese: Teheran cambia metodo e punta a mettere sotto pressione il sistema multilivello di Israele

Shira Navon

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Iran, la strategia della saturazione contro lo scudo israeliano

Nelle ultime quarantotto ore il confronto tra Iran e Israele ha assunto una dimensione che va oltre il singolo episodio militare e rivela un cambiamento strutturale nella condotta operativa di Teheran, la quale sembra aver accantonato l’idea di colpire bersagli selezionati per adottare una tattica fondata sull’accumulo e sulla pressione continua. Centinaia di missili sono stati lanciati verso il territorio israeliano, mentre alcuni vettori hanno raggiunto obiettivi in Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, segnalando una volontà di allargare il teatro dello scontro e di moltiplicare le direttrici di minaccia.

Secondo analisi pubblicate dall’Institute for the Study of War e riprese da diverse fonti regionali, l’obiettivo iraniano consiste nel mettere sotto stress il sistema di difesa aerea multilivello israeliano, composto dai dispositivi Arrow, Fronda di David e Iron Dome, costringendolo a intercettare un numero elevatissimo di bersagli in un arco di tempo ridotto. La logica è semplice quanto costosa per chi si difende, perché ogni intercettore ha un prezzo significativo e una disponibilità limitata, mentre i droni di tipo Shahed e alcuni missili da crociera possono essere impiegati come esche relativamente economiche per saturare radar e batterie.

Il meccanismo operativo prevede un primo flusso di velivoli senza pilota e di vettori lenti, che obbligano i sistemi israeliani ad attivarsi e a consumare risorse, seguito dall’impiego di missili balistici più sofisticati, tra cui i Khayber Shaqan, progettati per sfruttare il breve intervallo in cui le difese risultano impegnate. Questo schema non garantisce automaticamente il superamento dello scudo, ma aumenta le probabilità che almeno alcuni ordigni riescano a colpire, come dimostra la vittima civile registrata a Tel Aviv dopo un impatto diretto.

Parallelamente, Teheran ha rivisto la propria architettura logistica, traendo insegnamento dalle operazioni israeliane dello scorso anno contro infrastrutture militari iraniane. Fonti arabe e analisti occidentali concordano nel ritenere che i Guardiani della rivoluzione abbiano potenziato l’uso di lanciatori mobili e di reti sotterranee scavate nella roccia, in particolare nelle regioni di Kermanshah e del Lorestan, con l’intento di ridurre la vulnerabilità agli attacchi preventivi. In questo scenario il fattore tempo diventa decisivo, poiché le forze aeree israelo-americane dispongono di una finestra ristretta tra l’individuazione del lanciatore e il momento del tiro.

L’estensione dei lanci verso alcuni Paesi del Golfo introduce un ulteriore elemento di instabilità, perché coinvolge attori che finora avevano mantenuto una posizione prudente e che ora si trovano esposti a ricadute dirette. La scelta iraniana può essere letta come un messaggio politico oltre che militare, finalizzato a dimostrare la capacità di proiettare potenza su un’area vasta e a testare la tenuta delle alleanze regionali e occidentali.

Per Israele la sfida consiste nel preservare l’efficacia del proprio sistema difensivo senza lasciarsi trascinare in una spirale di consumo di risorse che nel medio periodo potrebbe incidere sulla sostenibilità dello sforzo bellico. L’architettura multilivello ha finora dimostrato una resilienza notevole, ma la strategia della saturazione mira proprio a trasformare la quantità in un fattore qualitativo, costringendo l’avversario a scegliere dove concentrare la protezione. In questa fase la superiorità tecnologica non basta da sola, perché il confronto si gioca anche sulla capacità di adattamento, sulla velocità decisionale e sulla solidità delle reti di alleanza che sostengono entrambe le parti.


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