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Iran, la piazza contro il regime che non si spezza

Bazari in rivolta, minoranze ferme, vertici compatti.

Carlo Panella

Tempo di Lettura: 7 min
Iran, la piazza contro il regime che non si spezza

La quinta rivolta popolare contro il regime degli ayatollah e dei pasdaran presenta una novità non da poco, ma, ad oggi e purtroppo, tutto fa presagire che finirà in un bagno di sangue come quella del 1999, del 2009, del 2019 e quella per “Donna, vita, libertà” del 2022.

La novità è la discesa in piazza dei bazaris, quell’enorme strato sociale di ceto medio, determinante per ogni regime in Iran, perché oltre a gestire la piccola distribuzione degli alimenti e del vestiario, costituisce un articolato polmone finanziario per il piccolo credito. Ridotti alla fame da un’inflazione al 62%, con le importazioni delle poche merci non colpite da embargo appesantite da un cambio stellare di un milione e quattrocentomila rials per un dollaro (ai tempi dello Shah era di 60-70 rials per un dollaro), i bazaris sono letteralmente disperati e in molti scendono in piazza.

Ma, detto questo, non si può non notare che invece non si sono ancora mossi il Kurdistan e il Belucistan, come l’Ahwaz, le uniche tre minoranze etniche — i curdi, i beluci e gli arabi — in cui operano ramificate organizzazioni politiche di opposizione al regime. Evidentemente, le direzioni politiche di quei movimenti, che nel giugno del 2025, a ridosso dei bombardamenti israelo-americani sulle centrali nucleari, si erano coordinate in una direzione comune, non hanno ancora giudicato maturo il momento.

La ragione di questa prudenza, almeno sino ad oggi, è chiara e ridimensiona i facili entusiasmi di tanti media israeliani e italiani e di chi si esalta nel Web: malauguratamente nel vertice iraniano non si nota assolutamente nessuna crepa, è compatto. Il gioco è sempre lo stesso: il presidente Massoud Pezeshkian fa il dialogante e si dice pronto a incontrare i capi delle organizzazioni dei commercianti e dei lavoratori, mentre i pasdaran e i basiji menano e uccidono i manifestanti in piazza, dieci al momento in cui scriviamo.

Ma il fatto è che una regola storica assolutamente mai smentita vuole che i regimi cadano su pressione popolare solo e unicamente se il loro vertice si spacca. Così peraltro è avvenuto sempre anche in Iran, sia per lo Shah — il cui regime si è spaccato al vertice due volte, nel 1952 e nel 1979 — sia per lo stesso Mohammed Mossadeq nel 1953. Il primo governo democratico dell’Iran, il primo al mondo che nazionalizzò il petrolio, non cadde affatto per colpa di un golpe orchestrato dalla CIA e dall’MI6, l’operazione Ajax, come vuole una consolidata e del tutto falsa tradizione mediatica.

I servizi segreti americani non fecero altro che prendere in mano i frutti di un disastro politico organizzato dallo stesso Mossadeq, che era riuscito nel capolavoro di autodistruzione sciogliendo d’autorità il Majlis, il parlamento, e rompendo con i suoi principali alleati: l’ayatollah Kashani, che aveva mobilitato le enormi masse popolari per imporre la nomina a premier dello stesso Mossadeq e che le ha rimobilitate un anno dopo per chiederne la caduta, e il partito comunista Tudeh, molto forte nei sindacati che organizzarono scioperi letali per lo stesso Mossadeq. CIA e MI6 si limitarono a mandare nelle piazze in cui Kashani e il Tudeh avevano convogliato centinaia di migliaia di manifestanti anti-Mossadeq qualche centinaio di agit-prop, spesso reclutati nelle palestre di Zurkhana, la boxe iraniana, e soprattutto diedero uno sbocco politico a manifestazioni che non avevano affatto convocato, indicando nel generale Fazlollah Zahedi il successore di Mossadeq.

L’Iran, non va dimenticato, è un paese che ha una lunga tradizione moderna di rivolte e di protagonismo politico popolare, del tutto diversa dai paesi arabi, sempre sonnolenti e passivi sotto il governo coloniale ottomano e, sino alle Primavere arabe del tardo 2011, capaci di scendere in piazza solo in odio agli ebrei, a Israele.

Una tradizione iraniana di protagonismo popolare che è iniziata con la “Rivolta del tabacco” del 1891, che porterà all’uccisione dello stesso Shah, e che è continuata con i grandi movimenti per l’introduzione della Costituzione del 1905-1909. Dopo le rivolte del periodo Mossadeq, di cui si è detto, vi sono state grandi rivolte contro la Riforma agraria dello Shah, voluta da J.F. Kennedy, la Rivoluzione Bianca del 1963 e infine la rivoluzione del 1978-79.

Dunque, il popolo iraniano ha una lunga tradizione di lotta e protagonismo che non ha paragoni nei paesi islamici. Ma anche un’altrettanto lunga tradizione di sconfitte che temiamo ora si allungherà. A meno che la forza della rivolta popolare non sia tale nei prossimi giorni da innescare quella crisi nei vertici del regime di cui sinora non c’è traccia.

Questo anche perché questa ennesima, forte e articolata rivolta, anche nella immensa periferia iraniana, continua a non avere una direzione politica. Ad eccezione delle minoranze etniche sopra citate, nulla o quasi è la presenza di un leader che unisca l’opposizione e la proietti in un progetto politico. E questo non solo a causa di una repressione spietata che ha mandato sulla forca centinaia di giovani ribelli negli ultimi anni.

Uno dei tanti colpi di genio dell’ayatollah Khomeini, infatti, è stato quello di avere accompagnato il Terrore post-rivoluzionario a una politica che ha favorito l’esilio di un vero e proprio strato sociale. La borghesia iraniana che, se pure nascente, era presente e forte sotto il regime dello Shah, la cultura iraniana, gli intellettuali iraniani si sono trasferiti all’estero a centinaia e centinaia di migliaia. Una diaspora enorme, che mantiene le sue caratteristiche nazionali anche se ha acquisito la nazionalità americana o inglese o francese, ma che è divisa politicamente in mille, sterili rivoli.

Molto da fare al suo interno si dà Reza Ciro Pahlavich, il figlio dello Shah, ma il peso pessimo degli errori e soprattutto degli orrori repressivi del regime di suo padre non sono certo un buon viatico. Peraltro, l’uomo non dà assolutamente segno di una personalità carismatica. Da parte loro, i Mujaheddin del Popolo scontano il peso della loro folle alleanza militare con Saddam Hussein durante la guerra Iraq-Iran e il fatto di essere una setta con tanto di culto fanatico della personalità della loro leader.

Dunque, un quadro in chiaroscuro: l’ennesima prova di una straordinaria fame di libertà e di un grande coraggio politico da parte del popolo iraniano, ma anche, a oggi — lo ripetiamo, a oggi — la feroce tenuta repressiva di un vertice del regime che non dà segno di incrinarsi.

E c’è di peggio, perché al momento la sola rottura del regime che molti analisti ipotizzano, in occasione della morte della Guida della Rivoluzione Khamenei, che prima o poi avverrà, o forse anche prima, è una presa del potere anche formale da parte dei pasdaran.

Già padroni di aziende e dell’intero, enorme apparato industriale militare attraverso cui controllano il 30% del Pil, sul modello delle SS naziste, queste Guardie della Rivoluzione incarnano il peggio dell’ideologia khomeinista e puntano a un Iran potenza regionale egemone in Medio Oriente. Un progetto irresponsabilmente a suo tempo favorito nell’incoscienza da Barack Obama. Oggi, i pasdaran costituiscono la spina dorsale del regime e non è detto che non profittino della rivolta per emarginare il grande potere politico degli inefficienti ayatollah.

Un quadro fosco nel quale, infine ma non ultimo, va notato lo sconcertante silenzio e la mancata solidarietà ai manifestanti iraniani per la libertà da parte di Elly Schlein e dei suoi alleati. Un silenzio colpevole e, nel caso della segretaria del Pd, tanto più grave quanto è noto che il regime iraniano è l’alleato principale di Hamas nella guerra contro Israele. È quindi forte e lecito il sospetto che questa incredibile assenza quantomeno di una solidarietà verbale sia il frutto del timore di non urtare il movimento pro-pal.


Iran, la piazza contro il regime che non si spezza
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