Il presidente degli Stati Uniti da qualche giorno sembra prendere le distanze dalla possibilità di ordinare l’attacco all’Iran che solo due settimane fa sembrava inevitabile. Sapremo nei prossimi giorni se lo scontro ci sarà o meno. In verità, Trump da qualche giorno è sembrato voler offrire una via d’uscita alla teocrazia iraniana quando ha prima smesso di promettere aiuto alle folle di dimostranti che manifestavano contro il regime (“help is on the way”). E adesso, quando gli viene chiesto dalla stampa se ordinerà un attacco, focalizza le sue risposte sul solo problema nucleare come obiettivo che egli vuole perseguire nel negoziato.
Il che lascia pensare che, per dichiarare vittoria e richiamare l’“Armada” della Abraham Lincoln, delle cinque navi che la fiancheggiano e delle decine di aerei che sono stati inviati in Oman, Trump si potrebbe accontentare di uno stop all’arricchimento dell’uranio e di un impegno a non arricchirlo in futuro oltre il 20 per cento, considerato normale per gli usi civili.
Sulla rinuncia ai circa 300 kg di uranio già arricchito al 60 per cento, quasi “weapon grade”, che in tutta probabilità esiste ancora ma sotto le macerie dei bombardamenti di giugno scorso, non sarebbe difficile trovare formule dilatorie, tipo quella secondo cui, quando e se sarà possibile recuperarlo, quell’uranio sarà oggetto di un nuovo negoziato. E che l’Iran non intende produrre armi nucleari perché ha sottoscritto il Trattato di non proliferazione, eccetera, eccetera, anche se la storia degli ultimi quarant’anni dice tutto il contrario.
Per contro, Trump in pubblico non ha più evidenziato le due gravi minacce che Khamenei e il suo regime portano da trentasette anni alla stabilità del Medio Oriente.
In primo luogo, la produzione, anche dopo la guerra dei dodici giorni dello scorso giugno, di missili a lunga gittata che sono in grado di colpire in maniera micidiale Israele e tutto il Medio Oriente fino a oltre 2.000 chilometri di distanza dai confini iraniani, raggio nel quale gli Stati Uniti mantengono oltre 30.000 militari.
In secondo luogo, il finanziamento e l’addestramento di organizzazioni aggressive, anche di stampo terroristico, per il cui tramite l’Iran ha condotto la propria offensiva contro Israele per decenni. Ci si riferisce ad Hamas, a Hezbollah e agli Houthi, ma non solo.
Nel negoziato che gli americani avvieranno ad Ankara con l’Iran dopodomani, potrebbero essere questi due ultimi elementi ad allontanare Israele dall’Amministrazione Trump.
Per Israele, il rischio obiettivo di vedersi di fronte un Iran dotato di un arsenale nucleare nei prossimi anni è piuttosto remoto. Dunque, un accordo limitato al nucleare sarebbe fortemente riduttivo.
Per contro, per Israele è più che attuale il rischio costituito dall’arsenale dei missili balistici iraniani, che già hanno dimostrato di poter penetrare la cupola difensiva antiaerea che protegge Israele e che è stato solo parzialmente distrutto a giugno.
Ugualmente, Hamas ed Hezbollah sono state certamente decimate in mesi e mesi di offensiva e di colpi dell’intelligence israeliana, ma sono ancora in grado di tornare a essere una minaccia contro Israele in misura significativa e in tempi relativamente brevi, se l’Iran continuasse a finanziarle e a rifornirle di armi.
Infine, e di questo Trump non parla più da tempo, la repressione violenta del dissenso in Iran continua, anche se in forme meno aperte e più sofisticate. Ma, essendo chiaro al colto e all’inclita che senza quella repressione il regime iraniano crollerebbe in pochi mesi o settimane, non promettendo più di aiutare le dimostrazioni di massa Trump fa intendere a Khamenei che egli non pretende più il “regime change”.
Il problema è che l’aspirazione dell’Iran, mai doma ma solo rinviata, all’armamento nucleare, la creazione di un enorme arsenale missilistico di media gittata e infine la guerra “by proxy” per il tramite di Hamas ed Hezbollah sono tutti e tre elementi permanenti, identitari della postura strategica iraniana. E questo dal 1979 in poi, ossia da quando Khomeini tornò dall’esilio e andò al potere tra le acclamazioni del popolo iraniano nella sua quasi totalità, e in un clima di benevolenza diffusissimo nelle cancellerie delle capitali europee, inclusa Roma.
Purtroppo, il filo conduttore comune a questi tre elementi fondanti della teocrazia iraniana è stato sempre lo stesso: l’antisemitismo. Dal defenestramento dello Scià ad oggi, l’obiettivo, peraltro dichiarato, della “cancellazione di Israele dalla carta geografica” (Khomeini) non è mai stato abbandonato.
Se tutto questo è vero, è davvero arduo immaginare che Khamenei e le Guardie della Rivoluzione che dominano il Paese possano convertirsi alla convivenza pacifica con Israele e a perseguire una visione pacifica del Medio Oriente.
Può suonare ostico per quanti in buona fede cercano la pace a tutti i costi, sempre e ovunque, e tuttavia un negoziato con Khamenei fa ricordare la risposta di Ronald Reagan a chi affermava che occorre accordarsi anche con i terroristi che avevano preso degli innocenti in ostaggio: “you can’t make a good deal with bad people”. I tempi naturalmente sono cambiati, l’America non è più la stessa e Trump è molto diverso da Reagan.
La domanda resta valida: si può fare un buon accordo con il regime iraniano attuale? Nei prossimi giorni capiremo meglio.
Iran, la minaccia e le condizioni di Trump

