Come ho già scritto, ho considerato e considero ancora inevitabile l’intervento americano-israeliano in Iran: quando uno Stato rivela la sua natura genocida assassinando con fucili e forche decine di migliaia di suoi giovani e ragazze che chiedono la libertà; quando questo stesso Stato ha a disposizione missili balistici che arrivano fino a 4000 chilometri di distanza e continua a cercare di dotarsi di una bomba atomica; quando ha nel suo programma la distruzione di Israele e finanzia sette di fanatici assassini terroristi in tutto il Medio Oriente, allora, dopo un tentativo di fargliela smettere con la trattativa, non si può non impegnarsi a destrutturare la potenza militare e politica di questo regime con la forza. E non si può non farlo con un’iniziativa non precisamente preannunciata, anche se l’invio di una potente flotta americana era di fatto un evidente ultimatum.
Dopo una serie di attacchi tutto sommato efficaci delle aviazioni, dei missili e dei droni dell’Idf e dell’Usa Army, non si può non constatare che la risposta iraniana sia stata tatticamente ben articolata, come d’altro canto ci si poteva aspettare da uno Stato terrorista e apocalittico, ma non privo di intelligenza politico-militare e quindi in grado di gestire iniziative disperate ma non irrilevanti, soprattutto nei risvolti economico-politici.
L’errore più grave dell’amministrazione americana, in risposta alla reazione iraniana, è stata la grave mancanza di diplomazia nei confronti degli alleati, provocando consistenti problemi di orientamento delle opinioni pubbliche di Stati che sono solidamente democratici e dunque verso i quali certe arroganze e certe umiliazioni risultano particolarmente controproducenti.
Però Teheran, pur ottenendo effetti politici non secondari, innanzitutto grazie alla mossa di prendere in ostaggio l’economia globale, ha prodotto un effetto che forse non era stato pienamente previsto dal fanatico regime degli ayatollah: quello di compattare contro di sé una parte rilevante del mondo islamico, a partire dagli Stati che si affacciano sul Golfo arabico.
Questa forse imprevista situazione offre oggi molte possibilità di intervento strategico al mondo occidentale e, più in generale, alle democrazie del globo, tali da poter determinare la costruzione di un nuovo equilibrio in un’area chiave per la vita politica ed economica del pianeta.
Con Washington e Gerusalemme molto impegnate nella guerra, gli europei — se si decidessero a esistere — potrebbero contribuire a costruire con gli Stati del Golfo un nuovo sistema di sicurezza antimissili e antidroni; potrebbero prevenire eventuali mosse degli Houthi nel Mar Rosso; potrebbero aiutare gli arabi a dotarsi di una forza militare adeguata a smilitarizzare il sud del Libano e l’area di Gaza ancora occupata da Hamas; potrebbero aiutare la Cisgiordania a trovare una vera convivenza con Israele anche grazie all’approvazione di una Costituzione che preveda la pacifica collaborazione tra islamici, cristiani ed ebrei.
Tutte mosse che, tra l’altro, metterebbero sulla difensiva una Pechino che oggi è molto cauta, ma che non rinuncia alla leadership del cosiddetto CRINK (l’asse China, Russia, Iran, North Korea) e che, al tempo stesso, non può permettersi crisi globali né rapporti difficili con gli Stati del Golfo, così decisivi per i suoi approvvigionamenti energetici. E si aiuterebbe così anche l’India a realizzare quel corridoio economico con Medio Oriente e Mediterraneo (l’Imec), che di fatto è una delle poste nascoste ma decisive dei tanti conflitti in atto.
Le polemiche contro cecità e iniziative insensate di stampo trumpiano, a partire da un certo desiderio di disgregare l’Unione europea, finendo così per spingere parte degli europei nelle braccia dei cinesi, diventerebbero allora non più solo manifestazione di risentimento, ma parte di una soluzione costruttiva dei problemi in atto, che aiuterebbe anche gli stessi Stati Uniti a riacquistare una politica estera più realistica e meno improvvisata e propagandistica.
Iran, la crisi che chiama l’Europa