Nel dibattito sulle rivolte iraniane e sulle prospettive di un cambio di regime, il ritorno del tema monarchico non va letto come un’operazione nostalgica o come un tentativo di restaurazione in senso classico. È piuttosto un indicatore politico: il segnale che una parte crescente dell’opposizione considera la Repubblica Islamica non riformabile e cerca un’alternativa che sia, prima ancora che istituzionale, simbolica e sistemica.
In questo quadro si inserisce la figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah Mohammad Reza Pahlavi. Il suo peso non deriva da una capacità di comando interno – che non ha – ma dalla funzione di catalizzatore esterno di un discorso politico post-islamico. Pahlavi non propone una monarchia restaurata, bensì una transizione che conduca a una scelta popolare tra diverse forme di Stato. Questo gli consente di parlare a segmenti diversi dell’opposizione senza irrigidirsi su un modello precostituito, ma al tempo stesso ne limita l’efficacia operativa sul terreno iraniano.
Dal punto di vista geopolitico, il dato rilevante non è tanto la probabilità di una monarchia costituzionale, quanto il fatto che l’ipotesi stessa sia tornata praticabile nel dibattito pubblico. Significa che l’architettura ideologica del regime si sta erodendo. Quando un sistema politico costringe i suoi oppositori a risalire a forme di legittimità precedenti, vuol dire che la sua capacità di produrre futuro si è esaurita.
È in questo spazio che si colloca lo sguardo di Israele. Gerusalemme non osserva l’Iran con le categorie del pluralismo politico occidentale, ma con quelle della sopravvivenza strategica. L’Iran attuale non è percepito come un avversario razionale con cui stabilizzare una deterrenza classica, bensì come un attore ideologico che utilizza la proiezione regionale – Hezbollah, Hamas, milizie sciite – come strumento strutturale di pressione. In questa prospettiva, la forma istituzionale del futuro Iran conta meno della rottura del nesso tra potere statale, islam politico e anti-sionismo come ideologia fondativa.
Per Israele, dunque, l’ipotesi monarchica non è un obiettivo, ma una variabile. Qualsiasi esito che produca un Iran meno rivoluzionario, meno messianico e più “statuale” è preferibile allo status quo. Da qui una cautela deliberata: evitare di investire apertamente su singole figure o modelli, per non ripetere gli errori dell’ingegneria politica esterna. Israele osserva le fratture interne, la resilienza dei Pasdaran, la tenuta economica del sistema e, soprattutto, la capacità del regime di mantenere la propria rete di alleanze armate nella regione.
In questo contesto, il monarchismo iraniano funziona come un linguaggio geopolitico implicito. Evoca un Iran nazionale, non rivoluzionario, integrato in un sistema di relazioni internazionali basato su interessi e non su crociate ideologiche. Non è un caso che questa narrativa trovi terreno fertile soprattutto nella diaspora, dove il discorso identitario si intreccia più facilmente con quello strategico.
È qui che emerge un elemento spesso sottovalutato: il possibile ruolo dei monarchici italiani come ponte politico e culturale. Gli ambienti legati agli attuali eredi di Casa Savoia, pur privi di qualsiasi ambizione di potere, mantengono una rete relazionale che attraversa mondi normalmente separati: diplomazia informale, ambienti conservatori europei, élite culturali e una certa sensibilità israeliana verso il tema della continuità statuale. In un’epoca in cui i canali ufficiali sono spesso bloccati o tossici, queste reti parallele possono fungere da spazi di interlocuzione a bassa intensità politica ma ad alto valore simbolico.
Non si tratta di immaginare un asse dinastico o un coordinamento strutturato, ma di riconoscere che le monarchie – anche quelle non regnanti – funzionano come depositi di memoria politica. Possono offrire un linguaggio di legittimità non ideologica, utile soprattutto nei momenti di transizione, quando la questione non è chi governa, ma come ricostruire uno Stato riconoscibile dentro e fuori i propri confini.
Per Israele, e più in generale per chi osserva l’Iran come fattore di instabilità regionale, questa dimensione simbolica non è marginale. La fine della Repubblica Islamica, se e quando avverrà, non sarà solo un cambio di governo, ma una ridefinizione del posto dell’Iran nel sistema internazionale. In quel passaggio, anche attori apparentemente secondari – come i monarchici europei – possono contribuire a costruire ponti che la diplomazia ufficiale, da sola, difficilmente riuscirebbe a erigere.
Iran. Il ritorno del monarchismo, sintomo della fine del regime
Iran. Il ritorno del monarchismo, sintomo della fine del regime

