Orrore e crudeltà. Il regime degli ayatollah non conosce limiti né per l’uno né per l’altra. Nel momento in cui prometteva una tregua nelle esecuzioni, la banda mafiosa che governa Teheran ha scelto la strada opposta e ha impiccato tre giovani uomini, tra cui un lottatore di appena diciannove anni, riportando al centro della scena il volto più duro della repressione interna. I nomi di Mehdi Ghasemi, Saleh Mohammadi e Saeed Davoudi si aggiungono a una lista che negli ultimi anni si è allungata con una regolarità che rende difficile parlare di episodi isolati, mentre le modalità con cui si è arrivati alla condanna sollevano interrogativi pesanti sulla tenuta dello stato di diritto nella Repubblica islamica.
Le autorità hanno sostenuto che i tre fossero responsabili dell’uccisione di due agenti di polizia e li hanno accusati di “guerra contro Dio”, formula che nel sistema giudiziario iraniano consente di trasformare il dissenso in un crimine capitale. Organizzazioni come Amnesty International parlano invece di procedimenti accelerati privi di garanzie minime, con confessioni estorte sotto tortura, assenza di avvocati scelti dagli imputati e udienze a porte chiuse, elementi che compongono un quadro in cui la sentenza appare già scritta prima ancora che il processo inizi davvero.
La vicenda si inserisce in un contesto che negli ultimi mesi ha visto il regime alternare segnali di apertura tattica a improvvise strette repressive, soprattutto nei confronti di giovani e figure pubbliche capaci di influenzare l’opinione interna. La presenza di un atleta tra i giustiziati non è un dettaglio marginale, perché lo sport in Iran rappresenta uno dei pochi spazi in cui il dissenso può trovare visibilità, motivo per cui negli anni diversi sportivi sono stati colpiti con arresti, squalifiche o condanne esemplari. La giornalista e attivista Masih Alinejad ha chiamato in causa direttamente le organizzazioni sportive internazionali, chiedendo una presa di posizione chiara e ricordando che il silenzio, in questi casi, finisce per rafforzare chi reprime.
Anche negli Stati Uniti la notizia ha suscitato reazioni politiche, con il senatore John Fetterman che ha parlato apertamente di un’esecuzione legata alla richiesta di democrazia, collegando il destino dei tre giovani a quello di migliaia di iraniani scesi in piazza negli ultimi anni. Sullo sfondo resta il tentativo di Teheran di gestire contemporaneamente la pressione esterna e il controllo interno, un equilibrio che passa sempre più spesso attraverso l’uso della forza giudiziaria come strumento di intimidazione.
Il dato più significativo riguarda proprio la tempistica, perché le esecuzioni arrivano dopo impegni che lasciavano intendere una possibile sospensione di queste pratiche, nel tentativo di evitare un’escalation con Washington. Il messaggio che ne deriva appare tutt’altro che ambiguo, visto che segnala la volontà del regime di non arretrare sul piano interno nemmeno quando cerca margini di manovra all’estero, accettando il rischio di nuove critiche pur di mantenere il controllo su una società che continua a mostrare segni di tensione e insofferenza.
Dentro questo scenario, la sorte di Ghasemi, Mohammadi e Davoudi assume un valore che supera la dimensione giudiziaria e diventa un indicatore politico, perché racconta fino a che punto il potere sia disposto a spingersi pur di scoraggiare qualsiasi forma di opposizione, anche quando si tratta di giovani senza ruoli istituzionali ma con la capacità, spesso imprevedibile, di trasformarsi in simboli.
Iran. Il regime criminale impicca un atleta (e altri due giovani)