Nel 1979 è arrivato in Italia con la famiglia in vacanza senza nemmeno immaginare che sarebbero tutti rimasti per sempre. Il suo nome è Afshin Kaboli e quando il suo aereo è atterrato a Milano aveva appena sette anni e da allora non ha più rivisto il Paese dove è nato. Afshin vive oggi nel capoluogo lombardo, è parte attiva della Comunità ebraica della città e gestisce un ristorante kasher. Il suo cuore è divisto fra la realtà italiana, quella israeliana e quella della patria lontana e mai dimenticata che continua a sentire vicina come se fosse partito solo ieri. Le strazianti cronache che giungono da Teheran invadono le sue giornate,ma c’è una domanda a cui non sa rispondere, di cui non se ne fa una ragione: perché qui se ne parla così poco? Dopo tanta partecipazione per la guerra di Gaza, Kaboli si aspettava altrettanto interesse per le vittime iraniane, ma niente di questo è successo.
“Noi non siamo fuggiti dall’Iran”, spiega oggi Kaboli. “Mia madre, mia sorella e io siamo arrivati in aereo per venire a trovare degli zii che erano preoccupati per la situazione in Iran dove era iniziata la rivoluzione islamica e avevano insistito perché venissimo in Italia per un po’. Dopo quasi mezzo secolo siamo ancora qui. Mio padre ci ha raggiunti un paio di anni dopo, quando il clima era diventato davvero troppo pesante e insopportabile. La verità, però, è che non si è mai rassegnato a non rivedere la sua patria. Come si stava in Iran? Noi stavamo benissimo, direi. C’erano – lo raccontavano i miei zii, mia madre e mia nonna – benessere e libertà. Da bambino andavo al tempio o a scuola a piedi e non c’era bisogno di nessuna protezione da parte delle forze di polizia. Il presidio di sicurezza davanti agli edifici ebraici invece l’ho trovato in Italia. Sembrerà assurdo, ma era più sicuro essere ebrei in Iran che in Italia”.
Può dire di avere subito delle discriminazioni in Italia?
“No, non posso dire di avere mai subito alcuna discriminazione, almeno non in modo diretto. Non posso però nascondere che nel mio locale c’è chi si fa vedere di meno. Attacchi diretti? Mai. Sì, è vero, nella strada dove ho il locale sono comparse bandiere palestinesi e mi piace pensare che lo abbiano fatto perché è lì che ha sede la mia attività. Ma in fondo non me ne importa più di tanto.”
Torniamo a quel che succede in queste settimane in Iran. Che idea se ne è fatto?
“Sento che c’è tanta sofferenza ma è altrettanto doloroso constatare l’indifferenza che circonda l’Iran. Durante la guerra di Gaza abbiamo visto le piazze piene. Di noi, invece, a quanto pare non importa a nessuno. Alle manifestazioni in sostegno delle proteste ci sono tanti iraniani, qualche studente della Comunità ebraica ma gli italiani sono rari. Uomini del mondo della politica? Pochi se non nessuno. Mi viene da pensare che tanta indifferenza è causata dal fatto che si ritiene che gli iraniani che si ribellano siano in qualche modo legati a Israele. È come se la gente avesse paura di dire: se scendo in piazza per l’Iran, significa che sono con Israele”.
Dal suo Paese di origine ci giungono immagini terribili.
“Sì, sono immagini orrende, di cataste di cadaveri, di gente accecata perché gli hanno sparato agli occhi. Sappiamo anche di famiglie che hanno dovuto pagare pur di riavere il corpo del figlio ucciso e poi si sa di esecuzioni sommarie, il tutto nel totale disinteresse dell’Occidente. Vivo in Italia da 47 anni, amo questo Paese, mi sento italiano ma questa insensibilità mi addolora”.
Ha ancora parenti che vivono nel suo Paese d’origine?
“No, non ho più parenti e solo qualche amicizia virtuale grazie ai social. Quel che è sicuro è che, se dovesse finire tutto, tornerei in Iran per visitarlo. È il mio sogno, e poi sarebbe il mio modo di onorare i miei genitori che non ci sono più”.
È convinto che la situazione troverà uno sbocco? Pensa che chi si ribella riuscirà ad avere ragione oppure che lo stato attuale delle cose sia destinato a durare ancora a lungo, visto che di sostegno esterno se ne vede ben poco?
“Negli ultimi anni ci sono state tre ondate di rivolta e ogni volta io ho sperato e ancora oggi non smetto di sperare. Ho sempre avuto fiducia, continuo ad averla, pur se so bene che per cambiare è necessario un sostegno dall’esterno che francamente non mi pare che arrivi. Dagli Stati Uniti giungono molti proclami, ma di azioni pratiche nulla. Come può resistere il movimento degli studenti senza internet e senza sostegno esterno? Come può avere ragione su un regime assassino che tortura e uccide? Ha proprio ragione Liliana Segre a dire che ‘la cosa peggiore è l’indifferenza’. Certo, ogni tanto mi ripeto che interverranno gli Usa, che Israele prenderà l’iniziativa, ma poi…”.
Ma poi?
“C’è chi si strappa le vesti per i morti di Gaza, e per giunta con dati gonfiati. Ma per i morti in Iran, che in poche settimane hanno raggiunto gli stessi numeri che si pretendono per Gaza, nessuno muove un dito. È che noi non siamo una notizia, noi non facciamo ascolti in televisione, cara signora, altrimenti vedrebbe quanti programmi, quanti dibattiti, quanti libri…”.
C’è anche un Islam profondo e lontano dalle grandi città che protesta? O il regime è ancora in qualche modo popolare?
“Tutto è iniziato per motivi economici, per la mancanza di lavoro e per molti altri fattori, ma io sono convinto che la vera ragione che muove tutti sia il desiderio di liberarsi di questo regime. L’Iran è un Paese dove circa il 70% della popolazione è sotto i trent’anni ed è quindi una nazione molto giovane, e questi ragazzi vogliono, pretendono la libertà. Grazie ai satelliti possono constatare come vive il resto del mondo di oggi, ed è in quel mondo che vogliono vivere, che poi è come si viveva ai tempi di Reza Pahlavi”.
Eppure molti iraniani vedevano lo Shah come amico degli americani e lo consideravano un uomo corrotto.
“Quando a mio padre chiedevano se fosse iraniano, rispondeva ‘sì, ma non dell’Iran di oggi, di quello di un tempo’. Fra petrolio, artigianato e pistacchi l’Iran potrebbe diventare un Paese ricco, mentre chi lo governa oggi lo ha riportato indietro di almeno cent’anni.”
Iran, il dolore dimenticato
