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Iran, i bambini arruolati dalle Guardie della rivoluzione

Dai posti di blocco alla logistica di guerra, l’abbassamento dell’età minima svela la sua deriva più brutale

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 3 min
Iran, i bambini arruolati dalle Guardie della rivoluzione

Quando un regime abbassa a dodici anni l’età minima per partecipare a compiti collegati alla guerra, sta confessando una difficoltà politica, militare e morale che non riesce più a nascondere. Le dichiarazioni attribuite a Rahim Nadali, funzionario delle Guardie Rivoluzionarie a Teheran, secondo cui i ragazzi di 12 e 13 anni possono essere impiegati in attività di supporto come pattugliamenti, posti di blocco e logistica nell’ambito dell’iniziativa “Per l’Iran”, hanno il peso di una rivelazione che va ben oltre la propaganda interna, perché mostrano un potere costretto a militarizzare l’adolescenza mentre trasforma la capitale in uno spazio sorvegliato e intimidatorio.

La sostanza della vicenda è ancora più grave se la si colloca dentro il quadro di queste settimane. Reuters ha riferito già il 12 marzo che Israele aveva colpito a Teheran posti di blocco gestiti dal Basij, la milizia volontaria legata alle Guardie Rivoluzionarie e da anni impiegata dal regime come strumento di controllo politico e repressione sociale. In parallelo, varie testimonianze raccolte da media iraniani di opposizione descrivono una città disseminata di check-point e di pattuglie, con residenti che parlano apertamente di una capitale trasformata in una prigione. Se il potere arriva a mettere in strada dei ragazzini per presidiare questi nodi, il punto non è soltanto l’indottrinamento ideologico, che pure esiste da decenni, ma la necessità urgente di riempire il territorio di corpi fedeli, visibili, obbedienti.

L’Iran, del resto, non parte da zero. Organizzazioni per i diritti umani e rapporti internazionali documentano da anni l’uso di minori nell’universo militare e paramilitare della Repubblica islamica. Human Rights Watch aveva denunciato già nel 2017 il reclutamento di bambini afghani da parte dell’IRGC per la guerra in Siria, mentre la documentazione storica disponibile su Refworld segnala che il Basij e altri apparati ufficiali iraniani avevano fatto ricorso in passato anche a quindicenni. Sul piano giuridico, la contraddizione è frontale. L’Iran è parte della Convenzione sui diritti dell’infanzia, e l’ONU ha ribadito proprio all’inizio di marzo 2026 che tutti gli attori coinvolti nelle ostilità hanno l’obbligo di proteggere i minori dagli effetti diretti e indiretti della guerra. Portarli ai posti di blocco significa fare l’opposto.

Il regime proverà a vendere questa scelta come partecipazione patriottica, come mobilitazione popolare, come risposta spontanea di giovani desiderosi di servire il Paese. È una formula utile alla propaganda, ma non regge all’esame dei fatti. Un dodicenne collocato in una catena di controllo militare, anche se formalmente assegnato a un “ruolo di supporto”, viene inserito in un dispositivo di guerra e di repressione. Inoltre la Repubblica islamica compie questa mossa mentre cresce la pressione esterna, mentre le sue reti di sicurezza urbana vengono considerate bersagli militari e mentre all’interno continua a serpeggiare una paura che il potere cerca di governare saturando lo spazio pubblico di uniforme, armi e fedeltà forzata.

Qui si vede con chiarezza la verità più sgradevole per Teheran. I regimi sicuri di sé non mandano i bambini a presidiare i crocevia della capitale. Lo fanno i regimi che avvertono una crepa, che temono il vuoto attorno a sé e che, per riempirlo, consumano anche l’ultima risorsa disponibile, cioè l’infanzia. È una scelta che rivela debolezza prima ancora che ferocia, e proprio per questo dovrebbe allarmare molto più di quanto, fuori dall’Iran, si stia oggi ammettendo.


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