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Iran, Golfo e Occidente: la tregua come strategia, non soluzione

Debolezza diplomatica Usa, attivismo europeo e gioco di potenze regionali, il vero nodo è costruire un sistema di sicurezza condiviso

Lodovico Festa

Tempo di Lettura: 3 min
Iran, Golfo e Occidente: la tregua come strategia, non soluzione

La tattica iraniana di prendere in ostaggio l’economia mondiale per bloccare l’intervento americano-israeliano ha avuto una sua efficacia, anche se al prezzo di rivelare fino in fondo il carattere fanatico-apocalittico del regime di Teheran. Peraltro la Cina, con settecento milioni di cittadini sull’orlo della povertà, non si può permettere una crisi globale e quindi ha lavorato con il Pakistan per contenere gli effetti più dirompenti del conflitto: dietro queste mosse peraltro c’è anche l’obiettivo comune di Pechino e Islamabad di intralciare il lancio del corridoio economico India-Medio Oriente-Mediterraneo che darebbe centralità a Nuova Delhi e in parte depotenzierebbe sia la Via della Seta sia le iniziative turco-pakistane mirate a creare un canale Golfo-Iraq-Turchia.

Che cosa fare, in questo contesto? Il punto essenziale è rispondere all’esigenza di sicurezza degli Stati del Golfo, dai sauditi agli emiratini, un’esigenza che si è espressa anche con il progetto di costruire un oleodotto con meta finale Haifa.

Al momento la difficoltà più seria è rappresentata dalla scarsa capacità politica degli Stati Uniti che, mentre sono in grado di mettere insieme una mirabile efficacia militare, non sembrano in grado di sviluppare un’iniziativa diplomatica capace di proteggere gli Stati che si affidano loro, di tenere rapporti non propagandistici o maldestramente pedagogici con gli alleati storici, di rassicurare potenziali nuovi “amici” come l’India, di contenere il protagonismo di potenze medie, pur collaborative, come la Turchia e il Pakistan, o, in Europa, la Francia e la Spagna, sostituendo la costruzione di sbocchi politici comuni con singolari rapporti solo personali (vedi Ankara e Islamabad).

Nonostante la difficoltà della situazione nei tempi più recenti sono state intraprese alcune iniziative positive: il viaggio di Giorgia Meloni a Riyad, il dialogo con i sauditi di Keir Starmer, il viaggio di Kaja Kallas nel Golfo e il dialogo tra Mark Rutte e Donald Trump.

Quale può essere lo sbocco finale di tutte queste singole mosse pur non perfettamente articolate, oltre alla gestione dell’emergenza? Costruire un rapporto tra Golfo e Stati occidentali responsabili per dotare un’area strategica fondamentale per il mondo di un sistema di sicurezza antidroni e antimissili, avviare la costituzione di una sorta di “legione araba” che da Aleppo fino ad Aden disarmi le varie formazioni terroristiche presenti in questa vasta area, liberando così anche Israele dal compito di dover svolgere da sola questo ruolo, consolidare i rapporti con l’India mantenendo naturalmente un dialogo aperto (ma non subalterno) con Pechino, e ancor di più con turchi e pakistani.

È difficile prevedere quanto spazio d’azione la situazione lascerà ai vari protagonisti, ma cercare di imporre ai soggetti occidentali e mediorientali che non vogliono soggiacere al fanatismo degli ayatollah e dei pasdaran, di dotarsi non solo di una tattica e di una propaganda, ma anche di una strategia, è indispensabile.


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