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Iran. Ghalibaf: il make-up del pragmatico dei Pasdaran

Come una iena di Teheran è riuscito a diventare l’uomo del giorno

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min
Iran. Ghalibaf: il make-up del pragmatico dei Pasdaran

Sarà lui il nuovo boss iraniano? Mohammad Bagher Ghalibaf è una di quei tipetti che, se vuoi capire davvero come funziona il potere a Teheran, non puoi ricorrere ad ariose metafore o a scorciatoie linguistiche. Ufficialmente non è un ideologo puro, non è un religioso, e nemmeno un outsider. Ghalibaf è il prodotto più tipico di quella élite nata dalla guerra Iran-Iraq e cresciuta dentro le strutture militari e di sicurezza della Repubblica islamica.

Classe 1961, originario della provincia del Khorasan, durante la guerra contro l’Iraq Ghalibaf lascia i pantaloncini corti, metti quelli a mezza gamba ed entra nei Pasdaran. È lì che fabbrica la sua prima identità pubblica: comandante operativo, uomo d’azione, uno che sa come muoversi nella catena di comando e che capisce presto, anzi: subito, che il potere in Iran passa da lì, dalle strutture militari e dalle reti che si creano al loro interno.

Negli anni Novanta fa un salto acrobatico diventando comandante dell’aviazione dei Pasdaran e poi capo della polizia nazionale. In quel ruolo si fa conoscere per il suo approccio duro, soprattutto durante le proteste studentesche del 1999, quando sostiene apertamente la linea repressiva del sistema. Bisogna fare attenzione perché non è un dettaglio ma segna la sua collocazione politicadentro il campo conservatore.

Il vero cambio di pelle, come un vero serpente, arriva nel 2005, quando diventa il primo cittadino di Teheran. Qui Ghalibaf, con la qualifica di sindaco, prova a reinventarsi come manager moderno, pragmatico, meno ideologico rispetto ad altri esponenti del fronte conservatore. Investe in infrastrutture, trasporti, grandi opere urbane. Con un’abilità diabolica, riesce a costruirsi un’immagine da “tecnocrate efficiente”, qualcuno capace di governare la complessità più che di agitare slogan.

Per oltre un decennio usa Teheran come trampolino per ambizioni più grandi. Si candida più volte alla presidenza della Repubblica, epperò niente da fare. Ogni volta resta a un passo, abbastanza forte da contare, mai abbastanza per sfondare davvero. È il destino di molti dentro il sistema iraniano: influenti, ma sempre dentro un equilibrio più ampio che non controllano.

Nel 2020 arriva comunque al vertice istituzionale più alto che riuscirà a conquistare: diventa presidente del Parlamento, il Majles. Da lì si agita, o meglio si muove, come un politico esperto, capace di navigare tra le varie anime del campo conservatore, senza pestare i piedi a nessuno. Non è un ideologo rigido come altri, ma non di certo un riformista. Questo signore dagli occhi azzurri è un uomo del sistema che cerca margini di manovra dentro il sistema.

Negli ultimi anni il suo nome è tornato spesso al centro delle dinamiche interne iraniane, soprattutto nei momenti di tensione, perché rappresenta una figura di raccordo tra apparato militare, istituzioni e mondo economico. Ha relazioni solide nei Pasdaran e allo stesso tempo una legittimazione politica formale che pochi altri possono vantare.

Va detto anche che la sua carriera non è proprio immacolata. In più occasioni è stato accusato di corruzione e gestione opaca durante il periodo da sindaco, accuse che però non hanno mai davvero fermato la sua ascesa. In Iran, questo tipo di controversie raramente distrugge una carriera politica, soprattutto se si resta allineati agli equilibri del potere.

Se vogliamo riassumerlo in modo onesto, Ghalibaf è quel che tutti definiscono come un conservatore pragmatico, con radici militari profonde e un istinto politico da iena. Non è il volto più ideologico della Repubblica islamica, ma è uno dei più rappresentativi della sua continuità. Uno che non cambia il sistema, però sa perfettamente come farci carriera dentro.


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