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Iran. Gerarchi con passaporti pronti e valigie colme di dollari

La diaspora accusa l’ONU mentre Teheran alza la posta e Washington prende tempo.

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 4 min
Iran. Gerarchi con passaporti pronti e valigie colme di dollari

C’è un Iran che parla di resistenza, di fede, di martirio mentre e ce n’è un altro che, tanto per parare ogni evenienza nefasta (per loro) prepara passaporti falsi, mette via pacchi di dollari e studia vie di fuga. A raccontarlo non è un oppositore qualunque, ma la figlia di un ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie, cresciuta nel cuore stesso di quell’apparato che oggi reprime le proteste e si presenta come ultimo baluardo contro il caos. La sua testimonianza, raccolta da un canale di opposizione con sede a Londra, è – se mai ce ne fosse stato bisogno – un colpo diretto alla retorica del regime e mostra senza filtri la distanza tra ciò che viene imposto alla popolazione e ciò che l’élite si prepara a fare per salvare sé stessa.

La donna, che per ragioni di sicurezza utilizza uno pseudonimo, racconta di aver visto con i propri occhi come il padre, ufficiale fedelissimo al sistema, abbia organizzato documenti con identità inventate per tutta la famiglia, predisposto valigie che traboccano dollari e pianificato una possibile espatrio clandestino nel caso in cui la situazione precipitasse. Mentre nelle strade iraniane si spara sui manifestanti e si moltiplicano arresti e umiliazioni, mentre nelle prigioni si tortura e sevizia, ai piani alti si ragiona già in termini di scialuppe di salvataggio. È un’immagine che contraddice frontalmente la favola del sacrificio collettivo e restituisce il volto di un potere che non crede nemmeno alle parole che ripete da decenni.

Il racconto non si ferma ad una fuga pianificata. Dentro quelle mura familiari, che dovrebbero essere rifugio, la violenza assume forme ancora più brutali. La donna parla di percosse inflitte dal padre per aver partecipato alle proteste, di minacce costanti, di una vita che somiglia più a una prigione che a una casa. Racconta di amiche aggredite sessualmente da uomini che lavorano con e per le forze di sicurezza, di un clima di terrore che non distingue tra piazza e vita privata, perché l’oppressione non si arresta varcando una soglia di casa. Anzi.

Il passaggio più devastante della sua testimonianza è forse quello in cui descrive il conflitto interiore, l’odio verso un padre che incarna il sistema e allo stesso tempo la consapevolezza di essere nata e cresciuta dentro quella struttura maledetta. Il suo non è compiacimento né posa ideologica, ma una lacerazione profonda, aggravata da tentativi di suicidio e da una paura che non si dissolve nemmeno parlando, perché ogni parola pronunciata aumenta il rischio. È il ritratto di una generazione cresciuta sotto il controllo totale, che ora vede crollare le maschere e scopre quanto cinico sia il meccanismo che la governa.

Questa confessione arriva mentre l’Iran vive giorni di grande tensione internazionale. Le voci su una possibile decisione del presidente americano Donald Trump di colpire il regime hanno alimentato il panico ai vertici, anche se da Washington filtra l’idea di un rinvio e di una valutazione ancora in corso. Intanto, la repressione non rallenta, anzi si affida anche a milizie alleate e a strumenti sempre più duri, mentre la Guida Suprema Ali Khamenei continua a blaterare di complotti esterni e a vantare resistenza morale.

La voce di questa donna incrina però un pilastro fondamentale del potere, perché mostra che chi ordina di colpire non è disposto a condividere fino in fondo il destino che impone agli altri. Mentre ai giovani iraniani viene chiesto di morire o di tacere in nome di un’ideologia, chi sta in alto accumula risorse per darsela a gambe, pronto a voltare le spalle al Paese nel momento più critico. È un tradimento silenzioso, ma forse il più rivelatore.

In un Iran stremato, dove la protesta non si spegne nonostante la violenza, questa testimonianza aggiunge un elemento che nessuna propaganda potrà mai cancellare. Il regime che si presenta come monolitico è invece attraversato dalla paura, e la paura genera egoismo, fuga, doppi giochi, tradimenti. Quando persino i figli degli ufficiali parlano di odio e vergogna, il problema non è più solo politico. È morale e sembra proprio difficile che possa essere risolto a colpi di randello o con nuovi slogan.


Iran. Gerarchi con passaporti pronti e valigie colme di dollari
Iran. Gerarchi con passaporti pronti e valigie colme di dollari