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Iran, dentro le città missilistiche invisibili

Le basi sotterranee come Yazd spiegano perché Teheran conserva metà dei lanciatori e migliaia di droni nonostante settimane di attacchi

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Iran, dentro le città missilistiche invisibili

Nel cuore della guerra che oppone Israele e Stati Uniti all’Iran, la vera linea di resistenza corre sotto le montagne, dove Teheran ha costruito negli anni un vero e proprio sistema di città missilistiche sotterranee che oggi si rivela decisivo per mantenere intatta una parte consistente della propria capacità offensiva. Le immagini diffuse dalla propaganda iraniana e le analisi dell’intelligence occidentale convergono su un punto preciso: mentre in superficie si contano crateri, ingressi crollati e infrastrutture colpite, nel sottosuolo continua a funzionare una rete progettata per sopravvivere e rigenerarsi.

Le stime più recenti, rilanciate da fonti americane e riprese dalla CNN, indicano che circa la metà dei lanciatori di missili balistici iraniani resta operativa anche dopo settimane di bombardamenti intensivi, mentre l’arsenale comprende ancora migliaia di droni e un numero rilevante di missili da crociera. Questo dato trova una spiegazione concreta nella struttura stessa delle basi sotterranee, che non si limitano a proteggere armi e sistemi di lancio, ma costituiscono un ambiente logistico completo, capace di sostenere operazioni continuative anche sotto attacco.

La base di Yazd, nel centro dell’Iran, rappresenta il caso più emblematico. Scavata a circa 500 metri di profondità all’interno di una montagna, è costruita in una formazione geologica estremamente resistente, il granito di Shir-Ku, che secondo analisi tecniche citate anche dal Royal United Services Institute britannico assorbe e disperde l’energia delle esplosioni rendendo difficile la penetrazione persino per munizioni progettate per distruggere bunker profondi. In questo contesto, la potenza delle armi conta meno della conoscenza precisa della struttura e della capacità di colpire ripetutamente nello stesso punto, condizioni che raramente si verificano in scenari operativi complessi.

All’interno di queste basi, lo spazio è organizzato come una vera città nascosta, con tunnel che collegano aree di stoccaggio, officine, centri di comando e uscite mimetizzate. Video diffusi dall’agenzia Fars e dalla Guardia Rivoluzionaria mostrano file di missili e droni, camion con lanciatori pronti a muoversi lungo corridoi sotterranei e sistemi di trasporto automatizzati che consentono di portare rapidamente le armi all’esterno per il lancio e di riportarle al riparo subito dopo. Questo meccanismo riduce drasticamente la finestra temporale in cui i sistemi risultano vulnerabili agli attacchi aerei.

I bombardamenti condotti da Israele e dagli Stati Uniti hanno colpito migliaia di obiettivi, danneggiando in modo significativo le strutture visibili e distruggendo numerosi ingressi ai tunnel, ma secondo le valutazioni dell’intelligence il 77 per cento delle aperture individuate è stato sì colpito, ma non ha impedito la ripresa delle attività nel giro di pochi giorni. Le squadre di ingegneri iraniani intervengono rapidamente per rimuovere le macerie, riaprire le strade di accesso e ripristinare i collegamenti interni, mentre la molteplicità di ingressi, alcuni dei quali fittizi o perfettamente mimetizzati nel paesaggio, garantisce la continuità operativa anche quando una parte della rete viene compromessa.

Il problema strategico che emerge da questo scenario riguarda la difficoltà di trasformare il vantaggio tecnologico in un risultato definitivo sul terreno. Le città missilistiche iraniane sono state progettate proprio per assorbire l’impatto degli attacchi e continuare a funzionare, e in questo senso la geologia diventa un elemento militare a tutti gli effetti. Come ha osservato l’analista Shanaka Anselm Ferreira, la montagna non reagisce ai raid e il sistema che la attraversa non si esaurisce con la distruzione di singoli punti di accesso, perché la sua forza sta nella permanenza delle strutture e nella capacità di adattamento.

Questa realtà impone una riflessione più ampia sulla natura del conflitto in corso. Colpire non basta quando l’avversario ha costruito un’infrastruttura pensata per resistere nel tempo, e la profondità diventa un moltiplicatore di potenza che rende più complessa qualsiasi strategia basata esclusivamente sulla superiorità aerea. In questo quadro, l’Iran continua a esercitare una pressione reale sulla regione, mentre la guerra si sposta sempre più verso una dimensione in cui distruggere significa inseguire un bersaglio che si ricompone sotto terra.


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