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Iran, come finirà la guerra?

Tra obiettivi incerti, equilibri regionali e possibili scenari di regime change, il conflitto con Teheran apre una fase decisiva per il Medio Oriente e per la sicurezza di Israele

Vincenzo Petrone

Tempo di Lettura: 8 min
Iran, come finirà la guerra?

In una intervista alla CNN, Jeanne Shaheen, senatrice del Partito Democratico ed accanita oppositrice del presidente Trump, ha sintetizzato perfettamente un aspetto centrale della guerra che gli Stati Uniti stanno conducendo insieme ad Israele contro l’Iran.

La senatrice ha affermato: “non c’è una chiara strategia e tuttavia questa guerra sta aprendo una opportunità per una autentica svolta in Medio Oriente. Sempre che la guerra si concluda con un successo. Ma non è chiaro affatto quali cambiamenti questa guerra porterà”. Effettivamente vi è molta incertezza a causa della proliferazione di obiettivi che Trump, il suo segretario alla Difesa e il suo segretario di Stato hanno enunciato in tante dichiarazioni alla stampa non coordinate tra loro, per offrire un disegno complessivo discernibile alla politica, ai players globali e regionali e, last but not least, al mondo della finanza e delle multinazionali dell’energia, dalle cui valutazioni dipenderà l’impatto che la guerra può avere sull’economia globale.

Nei primi giorni di guerra Trump ha elencato quattro obiettivi: la distruzione definitiva delle ambizioni nucleari di Teheran, la libertà del popolo iraniano dall’oppressione, la distruzione dell’enorme arsenale iraniano di missili balistici con portata sempre più estesa e, infine, il cambiamento di regime a Teheran. Dal canto suo, Pete Hegseth, capo del Pentagono e giornalista televisivo prestato alla politica, ne ha aggiunto un altro, ossia la rappresaglia americana per tutti gli ordigni che durante la guerra in Iraq le milizie appoggiate dall’Iran hanno utilizzato per uccidere o mutilare soldati degli Stati Uniti in Iraq. Infine, il segretario di Stato Marco Rubio ha appena enunciato un’ulteriore teoria, quella della guerra preventiva. Ossia gli Stati Uniti hanno attaccato quando hanno capito che Israele avrebbe bombardato l’Iran e ciò avrebbe sicuramente provocato un lancio di missili e droni da parte dell’Iran contro le basi americane in Medio Oriente, cosa che effettivamente il regime iraniano ha minacciato di fare più volte se fossero scoppiate le ostilità tra Iran, Israele e Stati Uniti. Il che porta gli osservatori internazionali al punto di partenza, ossia a chiedere quale sia stata la reale scintilla che ha fatto deflagrare questo conflitto.

Appare difficile, e forse inutile, cercare di capire se l’eterogeneità di obiettivi e di motivazioni si possa spiegare anche in questo caso con l’abituale tattica del presidente Trump di lasciare sempre tutto nel vago per lasciarsi in tal modo tutto lo spazio per decidere ad un certo punto di dichiarare “mission accomplished” e ritirarsi. Quel che è certo è che Trump ha dimostrato in questa occasione di possedere un considerevole coraggio politico nell’iniziare un conflitto che l’80 per cento dell’opinione pubblica americana, secondo i sondaggi più autorevoli, non approva e che sta provocando ribassi profondi nei mercati finanziari e sta spingendo il petrolio verso i 100 dollari a barile e il gas verso i 60 dollari a megawatt per effetto della chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz. Tutto ciò a soli otto mesi dalle elezioni di midterm a novembre, dalle quali può uscire un Congresso a maggioranza democratica che tarperebbe le ali a Trump.

Da questo punto di vista, la durata del conflitto sarà un punto cruciale. La storia insegna che gli Stati Uniti quando perdono una guerra la perdono sul fronte politico interno dell’opinione repubblicana piuttosto che sul campo di battaglia. E tuttavia, queste interpretazioni nulla tolgono a una constatazione obiettiva: attaccando l’Iran, assoluto protagonista della guerra permanente ad Israele, dell’antisemitismo e del terrorismo internazionale, Trump potrebbe riuscire dove nessuno dei suoi predecessori era mai riuscito. Potrebbe mettere a segno il colpo vincente che neutralizzerebbe definitivamente una minaccia che dura dal 1979 per gli Stati Uniti e per Israele e, nel farlo, potrebbe restituire la libertà a novanta milioni di cittadini e soprattutto a milioni di donne mortificate dalle imposizioni degli ayatollah.

In Italia e non solo molti chiedono: la guerra è legittima sul piano del diritto internazionale? L’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite sancisce il diritto all’autodifesa individuale e collettiva e si può perfettamente sostenere che Israele è stato per decenni vittima di attacchi e di minacce di distruzione totale da parte di un grande Paese che stava peraltro tentando in tutti i modi di dotarsi dell’arma nucleare. A meno che non si ritenga che arricchire centinaia di chilogrammi di uranio al 60 per cento sia pratica corrente tra pacifici produttori e utilizzatori dell’energia nucleare, il che è palesemente falso.

Ma al di là delle roboanti dichiarazioni di Trump e dei suoi uomini e degli sdegnati commenti dei loro avversari, possiamo e dobbiamo chiederci: come finirà questa guerra? In base al senso comune e all’esperienza, gli scenari sembrano essere tre.
Il primo, il peggiore in assoluto, è che l’Iran, una volta distrutta la gigantesca impalcatura del potere islamista, diventi uno “Stato canaglia” dilaniato da etnie contrapposte e bande di miliziani.

Il secondo è lo scenario che terrorizza più di qualunque altro i vicini dell’Iran, soprattutto le monarchie del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa. La seconda possibilità è che, una volta passato a miglior vita Ali Khamenei, i leader che Israele lascerà sopravvivere costruiscano una nuova struttura di gestione del Paese che non potrà però prescindere dall’armamentario di repressione esistente, che conta ormai circa un milione di uomini armati fino ai denti. I soli Pasdaran o Guardie della Rivoluzione sono oltre 160.000. I miliziani islamisti Basij sono circa 500.000. I servizi segreti e le forze di polizia dedicate alla repressione politica contano su alcune centinaia di migliaia di addetti. Parliamo di numeri giganteschi di persone fedeli al regime attuale ma che possono cambiare padrone purché non perdano i propri privilegi. Tutto ciò per dire che nel dopoguerra il “regime change” potrebbe esserci, ma probabilmente riguarderebbe essenzialmente solo i vertici dello Stato, e neanche tutti.

Per esempio, Masoud Pezeshkian, attuale presidente iraniano e seconda carica della Repubblica Islamica dopo Khamenei, sembra sia ancora vivo, per buona sorte o per scelta del governo israeliano. Ha vinto le elezioni del 2024 democraticamente. È un moderato ed ha mostrato doti di franchezza e coraggio quando mesi fa ha riconosciuto che con le politiche che egli ha trovato e che non ha potuto modificare il governo da lui presieduto non sarebbe stato in grado di evitare la catastrofe economica, sociale ed ambientale, tra l’altro causa della drammatica crisi idrica che ha colpito Teheran, città di dieci milioni di persone.

Infine, il terzo scenario possibile di conclusione della guerra è quello che tutti noi vorremmo ma che non ha molte probabilità di realizzarsi: caduto il regime, un governo di transizione indirebbe elezioni democratiche e fermerebbe la repressione violenta lasciando cadere le assurde prescrizioni islamiste sull’abbigliamento delle donne iraniane e sul loro posto nella società. Perché ciò accada dovrebbero riprendere le dimostrazioni di massa che stavolta non troverebbero un limite invalicabile nella capacità repressiva dell’enorme apparato di sicurezza della Repubblica Islamica, ciò in quanto i bombardamenti americani ed israeliani ne avrebbero annientato gli strumenti operativi.

Un nuovo Iran, democratico e aperto, sarebbe uno straordinario fattore di crescita per l’intero Medio Oriente, oltre che per se stesso. Ma purtroppo, dei tre scenari possibili, il terzo è quello che oggi appare meno probabile, forse un autentico “wishful thinking”.

In conclusione, questa guerra sarebbe comunque un successo se restituisse al mondo un Iran meno minaccioso, con un vertice politico e religioso non votato alla distruzione di Israele e al terrorismo internazionale, obbligato militarmente a rinunciare all’arma nucleare e privo dell’arsenale di missili balistici con i quali minacciava l’intero Medio Oriente. Questa versione dell’Iran darebbe un’autentica svolta alle prospettive di pace nella regione. E questo spiega anche le insistenti voci di una partecipazione di Francia, Germania e Regno Unito alla difesa degli Emirati e dell’Arabia Saudita dai bombardamenti iraniani. In uno scenario del genere Israele potrebbe persino dover riprendere, volente o nolente il filo del dialogo con l’America, con l’Europa e soprattutto con i Paesi arabi circa la soluzione dei due popoli e due Stati per avviare a soluzione definitiva il problema palestinese.

Con l’Iran che abbiamo conosciuto nei quasi cinquant’anni dal ritorno di Khomeini, nessuno al mondo poteva garantire ad Israele che non esistesse il rischio, più che concreto, che un eventuale Stato palestinese finisse con l’essere controllato da movimenti come Hamas e Hezbollah e quindi da un Iran che ha ininterrottamente praticato e predicato violenza per “eliminare dal Medio Oriente il cancro del regime sionista”, per usare una espressione cara alla buonanima di Ali Khamenei.


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