La grande manifestazione per un Iran libero che si è svolta ieri pomeriggio a Monaco di Baviera ha offerto un colpo d’occhio difficile da dimenticare. Secondo quanto riferito dalla “Süddeutsche Zeitung”, sulla Theresienwiese si sono radunate circa 250.000 persone, ben oltre le attese degli organizzatori, che nei giorni scorsi avevano auspicato di toccare quota 100.000. La folla è rimasta per ore sotto la pioggia in attesa dell’intervento di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià e figura di riferimento dell’opposizione al regime degli ayatollah. L’immagine di centinaia di migliaia di persone immobili sotto l’acqua, determinate a restare, ha reso plasticamente visibile l’intensità della mobilitazione.
Talvolta si sente ripetere che l’opposizione iraniana sarebbe irrimediabilmente divisa. È un argomento spesso avanzato da chi guarda con freddezza alla lotta per la libertà in Iran se non addirittura dai sostenitori del regime, numerosi anche in Italia in nome del sordido implicito “nessun nemico tra i nemici dell’Occidente”. La giornata di Monaco suggerisce piuttosto il contrario. Esistono certamente sensibilità diverse, come è naturale in ogni movimento politico ampio, ma la piazza organizzata dagli iraniani in esilio ha espresso una convergenza simbolica netta. Gli slogan che invocavano Reza Pahlavi sono risuonati a lungo, migliaia di cartelli ritraevano lo scià e sventolavano tante bandiere con l’emblema della casa reale. Gli iraniani d’Europa sanno che l’erede dei Pahlavi è l’alternativa più solida e plausibile per un Iran libero.
Altrettanto significativo per quanto meno segnalato dalla stampa, accanto al mare di bandiere con il leone di Persia colpiva la presenza di moltissime bandiere di Israele. In misura minore, ma comunque visibile, sventolavano quella americana, tedesca e di altri paesi. Molti tra coloro che portavano la bandiera israeliana avevano contemporaneamente simboli iraniani o i colori dell’Iran dipinti sul viso e parlavano in farsi. È un dato non scontato che non va liquidato come semplice momentanea convergenza di interessi, ma che dà la cifra di un’affinità profonda che neanche cinquant’anni di propaganda di regime e di guerra per procura contro il “piccolo satana” sono riusciti a soppiantare. Senza dubbio erano presenti anche molti israeliani che vivono a Monaco, ma una tanto vasta presenza della bandiera dello Stato ebraico non può essere spiegata solo così. E poi gli israeliani, almeno nella maggior parte dei casi, non parlano farsi. Una parte significativa della diaspora iraniana manifesta insomma apertamente solidarietà verso Israele, segno di un orientamento politico degno di attenzione. Nel giugno scorso lo scià in persona ha applaudito all’intervento militare israeliano in Iran. Non è poco: quanti italiani pur non fascisti guardavano con favore ai bombardamenti alleati durante la seconda guerra mondiale in nome della liberazione dal nazifascismo?
Tra i cartelli più diffusi la sigla MIGA (“Make Iran Great Again”), modellata sullo slogan politico reso celebre da Donald Trump, eappellial presidente americano di un intervento diretto contro il regime degli ayatollah: non solo pressione diplomatica e sanzioni, ma anche l’azione militare, l’unico linguaggio comprensibile per un regime che tra l’8 e il 9 gennaio scorso non ha esitato a far sparare sulla folla facendo decine di migliaia di vittime.
La manifestazione si è svolta mentre Monaco ospita la Conferenza sulla sicurezza, uno dei principali forum internazionali dedicati ai temi della politica internazionale che riunisce capi di stato, ministri e analisti. La città in questi giorni è comprensibilmente blindata, e numerose sono le mobilitazioni in cerca di attenzione. Non lontano dalla Theresienwiese, per esempio, si è tenuta ieri nelle stesse oredella manifestazione per l’Iran libero una protesta contro l’integrazione militare europea, presentata come iniziativa per “fermare la follia del riarmo” – per inciso, gli organizzatori hanno parlato di 4.000 partecipanti, ma la polizia ne ha contati 1.700. In quella piazza sventolavano bandiere della pace e si chiedeva il disarmo a tutti i costi e l’abbandono di fatto dell’Ucraina: un teatrino di anime belle (che non hanno mai avuto, probabilmente, fratelli e amici massacrati per le strade di Teheran oppure fatti a pezzi a un festival di musica nel deserto) e prezzolati di Putin che i tanti iraniani presenti nell’altra piazza conoscono bene e altrettanto bene sanno giudicare.
A un certo punto della manifestazione una donna di forse cinquant’anni con i colori dell’Iran addosso e dipinti in volto si è fermata davanti a me e mia moglie e ha detto semplicemente: “Grazie di essere qui”. A noi sono venute le lacrime agli occhi. Perché ci siamo ricordati chi c’era e chi no nei giorni dopo il 7 ottobre 2023 alle sparute manifestazioni di solidarietà agli israeliani massacrati e agli ebrei sotto attacco in tutto il mondo, e gli iraniani c’erano. Perché è giusto esserci per la libertà altrui, che è sempre anche la propria. E perché la solidarietà ci fa sentire il tepore buono anche nei giorni di pioggia. Quella donna aveva però anche un’altra lezione da darci, perché lei non piangeva: per quello ci sarà tempo dopo, ora va fatto tutto il possibile per mettere la parola fine al regime più sanguinario dei nostri tempi.
Iran a Monaco. Un mare di folla sotto la pioggia per la libertà

