Home > Approfondimenti > Io e il processo Eichmann

Io e il processo Eichmann

La lezione di un direttore scolastico sopravvissuto alla Shoah e il valore della vita per gli ebrei

Josef Oskar

Tempo di Lettura: 4 min
Io e il processo Eichmann
Sala del tribunale a Gerusalemme durante il processo Eichmann 1961-1962

Nel mese del maggio del 1961, poco dopo il mio Bar Mitzvah, accadde un episodio che avrebbe avuto una grande influenza sullo sviluppo del mio carattere. Da qualche settimana mio nonno e mio zio avevano avuto i fogli di via dalle autorità rumene ed erano partiti per Israele. Per me il nonno Itzik era molto importante anche perché era colui che mi accompagnava al cinema. Mi toccò abituarmi alla nuova situazione e non avevo scelta che andare al cinema da solo.

Un giorno entrai nella sala senza grosse aspettative, i film proiettati dal regime comunista erano spesso noiosi, per lo più di provenienza sovietica. La cosa più interessante era il cinegiornale attraverso il quale si riusciva, a volte, ad avere qualche notizia dall’estero. Le prime immagini non destarono alcun interesse in me. Poi all’improvviso comparve l’immagine di una città ripresa da lontano e lo speaker esclamò “Jerusalem-Gerusalemme”. Trasalii, era un fatto totalmente insolito. Per il regime comunista lo stato di Israele era tabù. Nessuna notizia trapelava su questo paese e noi ebrei eravamo completamente al buio. L’immagine della città durò forse cinque secondi, ma ame sembrarono ore.

Subito dopo comparve l’aula di un tribunale con unimputato in giacca e cravatta dietro una vetrata, con la scorta di due poliziotti. Era iniziato il processo Eichmann. Si trattava di un caso talmente clamoroso che persino la strettissima censura comunista aveva deciso di lasciarla passare. Finito il film, mi precipitai a casa e raccontai ai miei genitori dell’accaduto. Il giorno dopo corsero anche loro al cinema. Come loro, tutti gli ebrei rimasti in città. Occasione, una volta nella vita per vedere la città agognata al centro delle nostre preghiere per interminabili secoli. L’immagine proiettata durò appunto 5 secondi, ma per noi era un’eternità.

Fu un presagio.Qualche settimana, finalmente dopo arrivò il foglio di via e potemmo andare inIsraele.
E ora siamo al mese di settembre del 1961, quando io iniziai la seconda media in Israele.Fu un anno durissimo con grosse difficoltà linguistiche e di adattamento.

Il processo Eichmann si concluse con la sentenza di morte il 31 dicembre 1961. All’imputato fu concesso l’appello.La difesa di Eichmann era affidata all’avvocato tedesco Robert Servatius, in quanto nessun avvocato israeliano aveva voluto assumersi l’incarico. L’appello fu respinto in data 29 maggio del 1962. Era la prima, e l’ultima a tutt’oggi, sentenza di morte emessa in Israele. La notte tra il 31 maggio e il 1° di giugno 1962, la sentenza fu eseguita.

La mattina del primo di giugno mi recai a scuola come d’abitudine.Il direttore, il Sig. Tuvias rinviò l’inizio delle lezioni e ordinò di radunare tutta la scuola nel cortile. Intendeva farci un discorso e ci parlò da una classe, senza farsi vedere, usando un microfono. Sapevamo che era un reduce della Shoa nella quale aveva perso la prima moglie e due figli. Si era risposato in Israele.

Esordì: “Ragazzi- e si sentiva chiaramente che stavapiangendo- stanotte è stato giustiziato uno dei più grandi criminali nella storia dell’umanità”. Io mi trovavo nell’ultima fila della mia classe con le spalle rivolte all’inferriata, verso la strada, dove un gruppetto di signore seguiva questa straordinaria scena.Proseguì: “Vi esorto a non dare vita a nessuna scena di giubilo, perché noi non gioiamo per la morte di alcun essere umano, nemmeno in questo caso estremo. Restate composti e misurati, per favore”.Le signore presenti si asciugavano le lacrime con ifazzoletti. Le mieorecchie ascoltavano la voce straziante di Tuvias, mentre i miei occhi fissavano le signore in lacrime dietro di me.

A distanza di 64 anni questa scena è ancora scolpita nella mia memoria. Era una dimostrazione assoluta di umanità, un esempio di civiltà da incorniciare. Fu un passaggio fondamentale nel mio percorso verso l’età adulta. Ed è questa l’umanità che contraddistingue Israele anche in questi tempi di accuse infamanti.


Nota:
Il mio scritto narrato sopra fa parte del mio libro autobiografico “Non voglio morire stupido”.


Io e il processo Eichmann