C’è qualcosa di profondamente disturbante, e non solo dal punto di vista della sicurezza, nella vicenda di Mohammad al-Hasini, eliminato da un raid mirato israeliano nel sud del Libano mentre, almeno in apparenza, conduceva una vita rispettabile come insegnante in una scuola locale.
Non è tanto la scoperta di una doppia esistenza a colpire, perché nei teatri di guerra asimmetrica il mimetismo è prassi, quanto il luogo scelto per occultare la violenza, che in questo caso non era un’officina clandestina o una cantina isolata, ma un’aula scolastica frequentata da bambini.
Secondo quanto ricostruito dall’esercito israeliano, al-Hasini non era un militante marginale, bensì il responsabile dell’artiglieria di Hezbollah in un settore strategico del sud del Libano, incaricato di pianificare e coordinare i lanci verso Israele durante i combattimenti e, negli ultimi mesi, impegnato nella ricostruzione delle capacità militari dell’organizzazione dopo i danni subiti. Un ruolo operativo, quindi, tutt’altro che secondario, che rende ancora più stridente il contrasto con la funzione pubblica che svolgeva alla luce del sole.
La reazione del portavoce di Tsahal in lingua araba, Avichay Adraee, è stata volutamente aspra e priva di attenuanti. Nel suo intervento ha insistito sul carattere ingannevole delle apparenze, sottolineando come l’immagine dell’educatore, associata all’idea di protezione e crescita, possa trasformarsi in uno schermo dietro cui si organizza la distruzione. Il messaggio, rivolto direttamente agli abitanti del villaggio di Arzone, non era solo una denuncia, ma anche una chiamata alla responsabilità collettiva, perché affidare i propri figli a un’istituzione infiltrata da un quadro militare di Hezbollah significa accettare, consapevolmente o meno, una confusione pericolosa tra vita civile e attività armata.
Questo episodio si inserisce in un contesto più ampio, che negli ultimi anni ha visto emergere numerosi casi di utilizzo di strutture civili da parte delle milizie sciite libanesi, dalle abitazioni private ai centri sociali, fino agli edifici scolastici. Una strategia che risponde a una logica precisa, quella di rendere ogni intervento militare israeliano politicamente e mediaticamente costoso, alimentando accuse automatiche e semplificazioni comode. Tuttavia, dietro la retorica della resistenza, resta un dato difficile da aggirare, cioè l’erosione deliberata di ogni distinzione tra combattente e civile.
Nel sud del Libano, dove la presenza di Hezbollah è radicata da decenni e intrecciata con la vita quotidiana, questa sovrapposizione produce una normalizzazione del rischio che finisce per colpire soprattutto i più vulnerabili. La scuola, che dovrebbe rappresentare uno spazio separato dal conflitto, diventa così parte integrante del dispositivo militare, non perché ospiti armi visibili, ma perché ne condivide la catena di comando in modo occulto.
La morte di al-Hasini non chiude certo la questione, né risolve il problema strutturale di un’organizzazione che fa della fusione tra sociale e militare uno dei suoi punti di forza. Ma costringe a guardare senza filtri a una realtà spesso edulcorata, nella quale il linguaggio dell’educazione viene piegato a fini bellici e il prestigio dell’insegnante diventa una maschera utile alla guerra. È una verità scomoda, che non si presta a slogan rassicuranti, ma che andrebbe tenuta presente ogni volta che si parla, con leggerezza, di conflitti lontani e delle loro presunte zone grigie.
Insegnante di giorno, terrorista di notte
Insegnante di giorno, terrorista di notte

