La nomina di monsignor Giorgio Lingua a nunzio apostolico in Israele e delegato apostolico in Gerusalemme e Palestina arriva in un momento che definire delicato sarebbe riduttivo, perché il Vaticano si muove oggi in uno spazio diplomatico ristretto, attraversato da tensioni religiose, politiche e simboliche che raramente nella storia recente sono state così fitte e sovrapposte. Papa Leone XIV, accettando le dimissioni per limiti d’età di mons. Adolfo Tito Yllana e affidando questo incarico a un diplomatico di lungo corso, manda un segnale che va letto con attenzione, al di là della cronaca ecclesiastica e del profilo personale del presule cuneese.
Il rapporto tra la Santa Sede e lo Stato di Israele non è mai stato lineare, neppure dopo l’accordo fondamentale del 1993 che sancì il reciproco riconoscimento. Da allora si è proceduto a strappi e riavvicinamenti, con un dialogo costante ma spesso appesantito da divergenze profonde, che riguardano lo status di Gerusalemme, la tutela dei luoghi santi, il ruolo delle comunità cristiane in Terra d’Israele e nei Territori palestinesi, oltre a una diversa lettura delle dinamiche politiche e di sicurezza della regione. Negli ultimi anni, e ancor più dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra che ne è seguita, queste differenze si sono fatte più evidenti, mentre il linguaggio vaticano ha oscillato tra richiami umanitari, prese di posizione morali e una cautela diplomatica non sempre facilmente ‘comprensibile’ da parte israeliana. Per dirla più francamente, le posizioni della Santa Sede – e spesso la mancata presa di posizioni – hanno irritato oltre misura complicando i già non tersi rapporti tra i due Stati.
In questo contesto, la figura del nunzio apostolico è tutt’altro che secondaria. Il nunzio è l’ambasciatore del Papa, ma anche un osservatore privilegiato, un intermediario, talvolta un interprete delle sfumature che non trovano spazio nei comunicati ufficiali. Che Papa Leone XIV abbia scelto monsignor Lingua, sacerdote con formazione giuridica e oltre trent’anni di esperienza diplomatica, non è un dettaglio trascurabile ma un segno importante da cogliere. Il suo curriculum racconta una lunga frequentazione di contesti complessi, dagli Stati Uniti al Medio Oriente, passando per aree segnate da conflitti aperti o latenti come l’Iraq e la Serbia, fino all’esperienza cubana, dove seguì da vicino una delle visite papali più politicamente cariche degli ultimi decenni.
Lingua arriva in Israele dopo gli anni trascorsi in Croazia, un Paese in cui la dimensione religiosa e quella nazionale si intrecciano in modo sensibile, e soprattutto dopo aver lavorato in Giordania e Iraq. Il presule non è dunque un diplomatico improvvisato, né ha un profilo esclusivamente pastorale, ma è un uomo che conosce i meccanismi della mediazione vaticana e le sue lentezze, oltre alle aspettative, spesso divergenti, dei governi con cui la Santa Sede è in relazione.
Il doppio incarico, Israele da un lato e Gerusalemme-Palestina dall’altro, concentra nelle sue mani una responsabilità simbolica enorme. Ufficialmente la Santa Sede continua a sostenere una soluzione che garantisca sicurezza a Israele e diritti ai palestinesi, mantenendo una visione internazionale di Gerusalemme che si scontra con la realtà politica come si è inverata. In questo equilibrio instabile, il nunzio non può limitarsi a rappresentare, ma deve tradurre, spiegare, talvolta smussare, sapendo che ogni parola pesa più del previsto.
La nomina di monsignor Lingua segnala dunque una scelta di continuità nella forma, ma anche un tentativo di rafforzare la credibilità diplomatica del Vaticano in un’area dove la sua voce rischia di essere percepita come distante o sbilanciata. È una scommessa su un profilo sobrio, tutt’altro che incline alle dichiarazioni eclatanti, capace di muoversi nei corridoi della diplomazia senza cedere alla tentazione del protagonismo morale. In tempi in cui il Medio Oriente è attraversato da conflitti che ridisegnano alleanze e mettono in discussione equilibri storici, il Vaticano sembra affidarsi ancora una volta alla pazienza della sua diplomazia, consapevole che, da quelle stanze di Gerusalemme, passa una parte non trascurabile della sua credibilità globale.
Il Vaticano, Israele e il peso silenzioso di una nomina
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