A guardar bene il Turkmenistan è un Paese che esiste più nelle statistiche energetiche che nel dibattito pubblico internazionale.
Isolato, opaco, deliberatamente silenzioso, continua a vivere ai margini dell’attenzione globale mentre al suo interno si perpetua uno dei sistemi politici più chiusi del pianeta. Formalmente repubblica, nella sostanza monarchia ereditaria, il Paese è governato dal 2022 da Serdar Berdimuhamedow, succeduto senza scosse al padre Gurbanguly, che resta però figura centrale del potere e riconosciuto e osannato come “Leader della Nazione”. Il passaggio generazionale non ha prodotto aperture e ha semplicemente reso il sistema più giovane ma non per questo meno rigido.
Sul piano politico, il Turkmenistan continua a praticare una neutralità proclamata e ossessivamente rivendicata, riconosciuta anche dalle Nazioni Unite ma utilizzata come scudo per giustificare l’autoisolamento. Nessun pluralismo reale, nessuna opposizione, una stampa completamente controllata e una società civile inesistente. Le elezioni restano rituali senza competizione, mentre il culto della personalità, meno grottesco rispetto agli anni passati ma ancora ben presente, struttura il rapporto tra Stato e cittadini.
Dal punto di vista economico, il Paese poggia quasi interamente sulle sue immense riserve di gas naturale, tra le più grandi al mondo. È una ricchezza che garantisce sopravvivenza al regime senza che questo comporti uno sviluppo diffuso. L’economia è fortemente statalizzata, inefficiente, vulnerabile agli shock esterni e incapace di generare benessere per la popolazione, che continua a fare i conti con scarsità di beni essenziali, inflazione e un mercato del lavoro bloccato. Il gas è tutto, e proprio per questo è una gabbia.
Le relazioni internazionali riflettono questa struttura: pochi partner, scelti per necessità più che per affinità. La Russia resta un interlocutore storico, ma oggi il vero perno è la Cina, principale acquirente del gas turkmeno attraverso i grandi gasdotti dell’Asia centrale. Pechino offre contratti, infrastrutture e una relazione priva di qualsiasi condizionalità politica. L’Unione Europea resta interessata ma distante, frenata dall’instabilità regionale e dall’assenza di garanzie politiche e giuridiche.
Quanto a Israele, il Turkmenistan mantiene una posizione fredda e defilata. Non esistono relazioni diplomatiche formali né una cooperazione strutturata. Ashgabat si allinea in genere alle posizioni prudenti del mondo musulmano post-sovietico, evitando tuttavia toni eccessivamente aggressivi o prese di posizione ideologiche marcate. È insomma una distanza più burocratica che militante, coerente con una politica estera che punta prima di tutto a non esporsi.
Il Turkmenistan resta così: un Paese ricchissimo e immobile, sovrano e dipendente, neutrale per scelta e isolato per necessità. Un punto cieco della geopolitica globale, dove il silenzio non è una conseguenza, ma una strategia.
Il Turkmenistan, il silenzio come sistema

