Alla Scala non si fa solo musica sublime, ormai si suonano anche gli spartiti del conformismo. Una maschera urla Palestina libera durante una prima e viene licenziata: un teatro ha il diritto di pretendere che chi lavora lì non trasformi la platea in un comizio. Fin qui dovrebbe essere semplice. Invece no. Il tribunale ha deciso che quel licenziamento è ingiusto, e lo ha fatto con la solita carezza al “comune sentire” che rassomiglia più a un riflesso condizionato che a un pensiero.
La Scala, simbolo della cultura occidentale, è stata trattata come se fosse lei la colpevole: colpevole di non capire lo spirito dei tempi, colpevole di non adeguarsi alla moda dell’attivismo permanente, colpevole di pretendere sobrietà nel luogo dove si celebra l’arte. E a questo punto viene da chiedersi: cosa dovrebbero fare i teatri, i musei, le istituzioni culturali? Accettare che chiunque possa appropriarsi della scena per agitare un vessillo? Sperare che sia almeno un vessillo approvato dal tribunale del sentimentale?
In un Paese che ha avuto la forza di partorire una figura come Cecilia Strada e una pletora di Albanese pronte a dare patenti morali a tutti, non stupisce che anche i giudici inizino a temere l’unico tribunale veramente temibile: quello dei social indignati. Si chiama spirito dei tempi, ed è una corrente che trascina tutto: logica, responsabilità e buon senso.
Una finale domanda malinconica: chi difende le istituzioni culturali dal fanatismo modaiolo? Di certo non chi dovrebbe garantirne l’autonomia. E così un semplice richiamo disciplinare diventa persecuzione, e una violazione diventa resistenza. Benvenuti nel nuovo teatro italiano: il palcoscenico è ancora alla Scala, ma il copione lo scrivono altri.
Il tribunale del sentimentalismo
Il tribunale del sentimentalismo
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