Circa 99 anni fa il filosofo francese Julien Benda pubblicò La trahisondesclercs – “Il tradimento degli intellettuali” – che condannava la caduta degli intellettuali nelle derive politiche e, in particolare, nazional-socialiste e razziste. Anche se Hitler era ancora lontano dalla presa del potere Benda intravedeva già il pericolo rappresentato da un sempre più nutrito gruppo di accademici che facevano da cassa di risonanza e da laboratorio per le idee che da lì a poco avrebbero portato l’Europa in guerra e gli ebrei nei campi di concentramento. Il rogo dei libri fu un’idea degli studenti, che avevano respirato l’aria tossica di un’educazione scolastica e universitaria che invece di insegnare a pensare in modo libero era divenuto un volano di indottrinamento che aveva dato il via all’era “dell’organizzazione intellettuale degli odi politici».
Dopo 99 anni, ci risiamo. In tutto l’occidente nelle università (e nei posti di lavoro!!!) si ricomincia con “Le teorie della razza”, che anche se nascono per perseguire un obiettivo nobile, la cancellazione delle discriminazioni, finiscono per riordinare la società in oppressi e oppressori lungo una linea di colore di pelle, ottenendo proprio il contrario: una divisione netta in razze con annesso il concetto di white guilt e di espiazione. In tutto questo c’è un popolo che si salva sempre meno nell’olimpiade degli oppressi: gli ebrei.
Oggi le scuole e le università sono il focolaio ideologico di un odio antisemita che diventa controllo violento del territorio, delle piazze e dei luoghi del sapere da parte di “pochi facinorosi” appoggiati dal silenzio di molti politici che tengono il piede in due scarpe. Anche questa volta il mondo accademico è complice e promotore di un racconto che intossica la mente degli studenti ma stavolta si è spostato dalla parte opposta (in comune col ventennio nazista c’è “solo” l’odio per gli ebrei). Chi prova ad essere una voce che vuole dialogare nelle università fa la fine di Charlie Kirk, chi va in piazza a manifestare idee diverse fa la fine di Quentin, ucciso col cranio sfondato a calci.
L’equazione è sempre la stessa, in Italia come altrove. Una sinistra sempre più zelota e impermeabile al dialogo presidia i luoghi del sapere, che al contempo sono roccaforti di territorio controllate da gruppi violenti che non esitano a linciare oppositori e cacciare addirittura professori (ebrei). La tiepida condanna dei politici autorizza tacitamente le squadracce a continuare e ad alzare il livello dello scontro.
La situazione è più o meno quella del ventennio che vide l’ascesa di Hitler dopo la Repubblica di Weimar. Le università al tempo erano il think tank del movimento nazional-socialista e fornivano le basi “scientifiche” ed ideologiche per le successive derive razziste.
L’SS Oberführer Konrad Meyer, professore di agronomia all’Università di Berlino, fu uno degli esperti che contribuì a elaborare il “Piano generale per l’Est” (GeneralplanOst) di Heinrich Himmler che, nell’attesa della vittoria sull’Unione Sovietica, avrebbe dovuto estendere l’insediamento tedesco fino ad Arcangelo a nord e Astrakhan a sud.
Nel 1940 uno studente laureato di nome Victor Scholz presentò una tesi di dottorato all’Università di Breslavia dal titolo “Sulle possibilità di riciclare l’oro dalle bocche dei morti”, svolgendo la sua ricerca sotto la supervisione del professor Herman Euler, decano della Facoltà di Medicina di Breslavia.
Lo stesso “clinico” che ad Auschwitzcercò di trovare il modo più efficiente per sterilizzare le donne con iniezione di sostanze caustiche nell’utero delle prigioniere,l’SSGruppenführer Carl Clauberg, era anche professore di ginecologia a Königsberg.
Cattivi maestri. Questi sono solo pochi esempi, ma danno l’idea di quanta continuità ci fosse fra il mondo dello studio, del sapere, della scienza (wissenschaft) e il mondo della politica (politik).
Una sovrapposizione che non va affatto bene, perché, come faceva notare il grande filosofo Max Weber nel suo saggio del 1917 “La scienza come vocazione”, l’attivismo politico non dovrebbe essere ammesso in un’aula universitaria “perché il profeta e il demagogo non appartengono alla piattaforma accademica”.
Il risultato di questa deriva nella Germania di allora fu duplice. Da un lato si produsse un progressivo impoverimento delle potenzialità dell’accademia stessa, dato che l’epurazione degli ebrei e la fuga di cervelli, sottrasse a quello stesso mondo un notevole numero di scienziati (oltre 200 degli 800 professori ebrei del Paese lasciarono il Paese, tra cui venti premi Nobel). Al contempo favorì la carriera di individui privi di morale (e di idee) che salirono sul carrozzone solo perché iscritti al partito e aderenti a una piattaforma ideologica, un’opportunità fornita oggi nell’ambiente scolastico e accademico dall’intersezionalità woke.
Chiunque creda ingenuamente nel potere dell’istruzione di instillare valori etici non ha studiato la storia delle università tedesche nel Terzo Reich. La laurea, il sapere, i luoghi del pensiero e della scienza, lungi dall’immunizzare i tedeschi contro il nazismo, li resero più propensi ad abbracciarlo.
Mesi fa, mentre infuriava la guerra a Gaza, mia figlia una sera a tavola mi disse a proposito della Palestina: “Papà, è come se uno venisse a casa nostra e ci dicesse che da ora questa è casa sua e noi dobbiamo andarcene”. Mia figlia, che ha tredici anni, ha avuto subito dopo da me una spiegazione che, al contrario di questa semplificazione criminale, mirava a farle capire la complessità del fenomeno e la spingeva ad abbracciarne le implicazioni e i distinguo (educare all’analisi e al pensiero). È già grave che la questione israelo-palestinese a mia figlia sia stata spiegata con la stessa complessità di Peppa Pig, ma la cosa ancora più grave è successa dopo.
Alla fine della spiegazione mi sono sentito dire “Però queste cose che ti ha detto tuo padre a scuola non le devi ripetere. Taci”. Quindi sono stato anche io un traditore a modo mio (non certo un intellettuale). Condivido con voi lettori questa mia vigliaccheria e vi chiedo di aiutarmi a capire che cosa si può fare, data la gravità della situazione.
Il tradimento degli intellettuali (e il mio)
Il tradimento degli intellettuali (e il mio)

