“Incredibile”. È la parola usata da molti lettori davanti al titolo del New York Times dedicato ad Ali Khamenei. Ebbene sì, è quanto meno incredibile trasformare la biografia del capo di un regime che ha impiccato oppositori, massacrato uomini e donne nelle piazze, armato milizie dal Libano allo Yemen, in quella di “un duro religioso che ha trasformato l’Iran in una potenza regionale”. E’ tutt’altro che una scelta lessicale discutibile, cari signori del quotidiano più reputato del globo, qui siamo di fronte a una vera e propria scelta politica.
Potenza regionale?Si direbbe che siamo parlando di un riformatore un po’ cattivello ma efficiente, di uno statista severo che ha – evviva evviva – consolidato influenza e prestigio. Ma scusate, eccellenti colleghi, potenza regionale costruita su cosa? Sulle fosse comuni dei dissidenti? Sui ragazzi massacrati durante le proteste di Mahsa Amini? Sui missili distribuiti a Hezbollah e agli Houthi? La formula è elegante, quasi ammirata. Ripulisce il sangue (o almeno vorrebbe) e leviga una storia fatta di morti e torture, di miserabili prepotenze, di soffocante illiberalità. Insomma, una vergogna. Ma per provare vergogna bisognerebbe possedere una morale, una coscienza. Elementi che nel caso specifico mancano del tutto.
La BBC, altro decantato esempio di vero giornalismo,ci informa che le proteste sono state represse “a volte con violenza”. A volte, mi raccomando. Con violenza, mi raccomando. Come se fosse un eccesso episodico, una sbavatura di governo e non un metodo sistematico, una strategia di sopravvivenza del regime. Le parole non sono mai neutre, soprattutto quando raccontano il potere.
Non è che uno pretenda necrologi rabbiosi e assatanati, eppure quando un leader occidentale viene anche solo sfiorato dal sospetto di qualche malaffare, i titoli si affilano e subito diventa un criminale, un mascalzone, un faccendiere schifoso (con tanto di declinazione al femminile quando il leader è donna). Se invece muore il capo di una teocrazia che ha governato con il carcere, la tortura e la repressione religiosa, si preferisce il profilo dello “studioso ascetico” con “barba bianca e sorriso facile”. E così l’estetica prende il posto dell’etica. E bravi questi dotti ed eleganti liberals. Poi si lamentano che la destra, anche quella più estrema, acquisti voti, aumenti simpatie e goda di successo politico. Del resto è un riflesso antico di una parte della cultura occidentale‘de sinistra’ che si mostra indulgente con i despoti purché anti-occidentali e severa fino alla caricatura con le democrazie. Una lente deformante che chiama equilibrio ciò che è in realtà rimozione.
Quando il linguaggio si abitua ad addolcire il volto del potere tirannico, il confine tra informazione e complicità diventa sottile, troppo sottile. E a pagare non sono i titolisti di Manhattan o di Londra, ma chi, in Iran, ha pagato con la vita la “potenza regionale” celebrata in prima pagina.
Il tiranno con il sorriso editoriale
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